È pieno di “angioletti”, volati prematuramente in Cielo, il cimitero di Perzacco di Zevio. È un mesto colpo d’occhio: ne abbiamo contati ben 63 sepolti a terra, nel quadrato rivolto a sud-est. Sono in gran parte bimbi morti negli anni Trenta e Quaranta, segnalati da una semplice croce, spesso erosa dal tempo o da angioletti affranti scolpiti nella pietra.
Sepolture che sono qui a ricordarci i progressi fatti dalla medicina: oggi in Italia la mortalità infantile si attesta intorno agli otto decessi ogni centomila nati vivi; situazione ben diversa rispetto a un secolo fa, quando i neonati, e pure le loro madri, morivano più facilmente.
Soffermandosi davanti ai monumenti funebri si leggono le parole dei genitori piangenti, come quelle rivolte “Al caro angioletto Turra Alfonso, N M 13/3/1936”. Fu “Strappato a soli 8 mesi all’affetto dei genitori, che amaramente lo piangono”, Anselmi Graziano, nell’agosto del 1919 (?). Non si legge la data di morte, ma ci sono le foto di Giorgio Spillari, morto a 12 mesi, e di Giovanna Salarolo. Fu “Rapito solo dopo dodici giorni all’affetto dei suoi genitori, che lo piangono inconsolabilmente dal Cielo ove ti trovi”, il piccolo Renzo Tesari (sic).
Ci sono poi Flora Elianti, “morta da soli 18 mesi lasciando i genitori sconsolati”; Gabriele Spinella “di mesi 3”, morto nel marzo del 1927; Remigio Meloni, volato in Paradiso a soli due mesi, nel 1938; il “caro angioletto” Bruno Fracaro: “Appena compiva un anno volò al cielo lasciando genitori e fratelli il 23/5/1937”.
E, ancora Sergio Zorzeta (N 1927 M 1929), Gemma Brutti (novembre 1929-luglio 1930), Italo Penacchioni, morto a nemmeno due anni, nel 1927; Lina Marchesini, spirata a poco più di un anno, nel 1928; Elda Spillari, morta nel 1943. Sono più numerosi le croci senza nome: chissà come si chiamavano queste creature. Nella parte più a sud, invece, ci sono i bimbi morti dal 1962 al 1975.
È ormai raro trovare piccoli cimiteri con così tante tombe infantili, anche perché, per fare spazio, si tendono a esumare. Ma questa non è l’unica sorpresa che racchiude questo camposanto circondato da platani (non i soliti cipressi!) e immerso nei campi di mele.
Sulle mura interne si trovano diverse lapidi antiche. Sulla destra, ce ne sono tre: una è di Pietro Mori, di anni 47, morto nel 1918, e del nipote Agostino Mori (9 giugno 1944); la seconda è di “Gaburro Amadia in Bonbiero, d’anni 66, M 8/7/1918”; la terza è una lapide bianca con una croce e dei fiori stilizzati, appartenente a Emma Roina in Giusti (la data di morte è illeggibile).
Sulla parete a est se ne contano invece sette. Una, molto particolare, raffigura un angelo: “Dal 23 apr. 1945 De Mori Romana vive nella luce di Dio”, vi è scritto. Che sia legata all’imminente fine della guerra?
Accanto, un angelo disteso veglia sulla “pia memoria di Granziero Ermenegilda, ved. Padovan, d’anni 80, M 9/10/1945”, mentre poco sopra si trova una “donna di rare virtù”: così è definita Maria Rullini Papini, “d’anni 55, morta il 7/6/1923”.
Un po’ cancellata, specialmente l’angelo con la croce, è la lapide in memoria di Alessandro Bonente, “morto il 4/11/1943, all’età di anni 81”. Sotto il suo nome ci sono “i nipotini Dal Forno Omero” (tre con lo stesso nome, poco fortunato, nati fra il 1930 e il 1933).
I figli dolenti piangono la “cara memoria di Ghigni Marcella in Penacchioni, d’anni 73, morta il 2/1/1946”. Ha pure una tomba, oltre che l’epitaffio, il vicino Luigi Biondani, deceduto a 71 anni nel 1955. Ben più antica, con un angelo quasi sbiadito, è la stele posata “A mesto ricordo di Menegatti Giudita (sic), rapita ai suoi cari ad anni 15”.
Nei loculi, tra i cognomi ricorrenti – Turra, Peruzzi, De Mori o Mori, Bendazzoli, Strapparava... – si trova anche la salma del “soldato Luciano Biondani, N 16/5/1912, gloriosamente caduto per la patria sul fronte greco M 26/11/1942”. Una testimonianza delle guerre che vivemmo sulla nostra pelle.