“Desidero che il mio corpo venga sepolto ove avverrà la mia morte. Desidero che tutto sia fatto con la massima semplicità e la più grande dimenticanza. A chi vorrà ricordarmi lo prego solo di raccomandarmi al Signore”.
La sepoltura più illustre del piccolo cimitero di Valdiporro, frazione di Bosco Chiesanuova – senza nulla togliere alle altre – è quella di don Giuseppe Pasquotto (1871-1962). Per tutti: don Bepo, amatissimo parroco di questa piccola comunità lessinica di 500 anime (oggi 148). La sua tomba si trova a sinistra dell’ingresso, varcato il cancello in ferro di questo minuscolo camposanto immerso nei prati e nei boschi, da cui si ammira in lontananza il monte Purga di Velo Veronese.
“Spese la sua lunga vita nell’amore di Dio, di cui abbellì la casa, e nell’amore del prossimo come ci comanda il Divin Maestro. In Dio sia pace, luce e riposo alla sua anima sempre”, si legge sulla sua lapide.
Nativo di Lugo di Valpantena, fu ordinato sacerdote dal card. Bartolomeo Bacilieri. Maestro e poi curato ad Alcenago per 13 anni, il 10 febbraio 1911 fece il suo ingresso nella parrocchia di Valdiporro, dove trascorse mezzo secolo tra la gente. “La sua personalità fatta di fresche battute e di cuore aperto, calamitava professori, avvocati, medici e, naturalmente, la povera gente dai calzoni di fustagno sdruciti”, scrisse don Giovanni Cappelletti in un articolo pubblicato dopo la sua morte su Verona fedele.
In quasi 65 anni di sacerdozio furono tante le persone che beneficiarono della sua bontà, come ricorda una pubblicazione del 2016 curata dai parrocchiani. Era un prete alla mano, sempre col sorriso sulle labbra, che aiutava tanto i parrocchiani quanto i professionisti della città, che salivano a Valdiporro in villeggiatura e soprattutto per scambiare una parola con don Bepo. Grande appassionato di caccia, era ospitale con tutti, ricchi o poveri che fossero; durante la Seconda Guerra mondiale nascose in canonica una famiglia di ebrei, i Basevi di Verona, e, nella legnaia, pure due soldati tedeschi disertori.
In canonica poteva contare sull’eccellente perpetua Catina (Caterina Vinco), sepolta a poca distanza. “Quando don Bepo era arrivato da Alcenago, mia zia si era detta disponibile a servirlo come perpetua per un mese, ma poi è rimasta per sempre e non si è sposata perché si è sentita apprezzata e utile in canonica”, ricorda la nipote nella pubblicazione dedicata a don Bepo.
Era Catina che, con le sue capacità di brava cuoca, sfamava gli avventori: i tanti amici del sacerdote erano preti, avvocati, professori, medici, ingegneri, poeti (persino Berto Barbarani).
Tra le tombe di don Bepo e quella di Catina si trova una lapide che commemora altri tre preti che passarono da qui e che “aspettano la risurrezione del Giusto”: don Pietro Marcolini (1762-1847), “parroco di Valdiporro per anni 55”; don Bartolomeo Antonio Leso (1818-1895), “parroco di Valdiporro per anni 47”; don Gio Batta Lughezzani (1855-1909), “parroco di Valdiporro per anni 13”. La parrocchia di Valdiporro esiste dal 1577; la chiesa del paese, dedicata a sant’Antonio Abate, fu completata l’anno precedente. Fino al 1375 gli abitanti del paese cimbro facevano riferimento a Roverè e poi furono uniti a Bosco Chiesanuova, finché non ebbero il proprio luogo sacro.
Girando tra i due piani del cimitero, che fu spostato qui all’inizio dell’Ottocento a seguito degli editti napoleonici, si osserva che le tombe riportano i cognomi più diffusi: Scardoni, Tinazzi, Vinco, Leso, Pezzo, Valbusa, Gaspari...
Ci si imbatte in alcune lapidi antiche sulle pareti perimetrali e sulla struttura che svetta al centro del cimitero. C’è un angelo che piange la morte di Maria Scardoni e Domenico Pezzo (1905 e 1908); un altro che depone una rosa “alla pia memoria di Santa Beccherle Vinco” (1843-1896), definita dai figli “sposa e madre esemplare”. Una figura alata è stata posta anche dalla famiglia Scardoni, che “mestamente ricorda” Francesco Scardoni (1859-1905), Giuseppina Scardoni (1860-1880) e Francesca Beccherle (1862-1910). Sempre un angelo prega sulla tomba d’inizio Novecento di Ester Sauro, Aldo, Marco e Maria Valbusa.
Alcune lapidi sono nascoste dietro quelle più recenti: è il caso di Antonia Pezzo, morta nel 1932 a 42 anni. Ce ne sono poi due a forma di cuore; una è per Lino Tinazzi, l’altra – più sbiadita – ricorda le spoglie di Giuseppina Pezzo e quella del padre e del fratello morto in guerra.
Nel Natale del 1933 morì Domenica Tinazzi, ricordata con una semplice croce, mentre per Marco Antonio Vinco, “marito e padre esemplare” morto nel 1908, c’è una bella incisione su marmo, posta dai “figli dolenti”. Moglie e figli ricordano Baldassare Tinazzi, “rapito all’affetto della sua famiglia”, nel 1936; una croce e dei fiori in pietra sono dedicati invece a Luigi Brutti (1881-1957) dalla moglie. “Uomo di elette virtù”, che “nel lavoro non conobbe sacrificio” fu Giovanni Scardoni (1885-1949). Poche parole, semplici, per riassumere una vita.
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