«Sono un ex bancario e aiuto chi ha debiti e rischia l’usura»

Alberto Alberti è uno dei volontari a servizio della Fondazione Beato Giuseppe Tovini

| DI Redazione

«Sono un ex bancario e aiuto chi ha debiti e rischia l’usura»
«Ad alcune persone mille euro garantiti nel momento del bisogno cambiano la vita, perché danno la speranza di andare avanti». Detto da una persona che, per lavoro, ha sempre maneggiato soldi, c’è da crederci. 
Alberto Alberti, 66 anni, è andato in pensione nel 2021 dopo 42 anni di carriera in banca, dove ha operato nell’ambito della direzione crediti, occupandosi in particolare di problemi di pagamento (pignoramenti, richieste di creditori, ecc.). Competenze che gli sono tornate utili nella sua seconda vita, quella di volontario della Fondazione Beato Giuseppe Tovini. Una realtà, questa, nata nel 1999 per volontà della Diocesi di Verona per sostenere gratuitamente chiunque si trovi in difficoltà finanziaria, fornendo ascolto e consulenza mirata, evitando che cada in brutti giri, come quelli illegali dell’usura.
La Fondazione, presieduta da Giorgio Zaffani, ha sede in via Seminario 8 a Verona e si può contattare telefonicamente al numero 045.9276213, dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 13, o via mail all’indirizzo info@fondazioneantiusuratovini.it.
– Come è arrivato alla Tovini?
«Ho conosciuto la Fondazione perché me ne ha parlato una collega; mi sono candidato come volontario dopo la pensione. Da quattro anni sono un ascoltatore: siamo in una quindicina a prestare questo servizio».
– È la sua prima esperienza di volontariato?
«No, 16 anni fa ho iniziato a prestare servizio dai frati cappuccini al Barana; continuo a farlo con la gestione della Fraternità francescana di Betania, collaboro alla distribuzione dei pasti ogni 15 giorni e a quella del pacco viveri due volte al mese, insieme a mia moglie. Sono anche un commesso dell’emporio della solidarietà Caritas di Santa Croce, il quartiere in cui vivo: ogni lunedì pomeriggio sono là. E poi c’è il primo luogo dove faccio volontariato: la famiglia. Ogni giorno visito mia mamma 94enne e, tre volte alla settimana, sono il “nonno sitter” della nipotina di un anno». 
– Alla Fondazione Tovini chi incontra?
«Persone di varia età, uomini e donne, soprattutto italiani. Molti hanno problemi in famiglia, perché il nucleo è entrato in crisi o si è sfaldato; poi ci sono gli imprevisti, come la perdita del lavoro o una malattia. I problemi grossi sopraggiungono quando si inizia a non pagare più le bollette, le rate del mutuo della casa, il bollo e l’assicurazione dell’auto. C’è poi una parte, minoritaria, legata a chi sperpera i propri averi perché ha poca educazione finanziaria, come chi s’indebita per comprarsi l’ultimo modello di cellulare, oppure resta invischiato nell’azzardo o nel brokeraggio on line. Seguiamo anche dei casi di sovraindebitamento. Ascoltiamo tutti e cerchiamo di vedere insieme cosa si può fare». 
– Come si arriva a voi?
«Su segnalazione dei servizi sociali, inviati dalla Caritas, oppure grazie al passaparola o direttamente. Si fissa un appuntamento, a cui chiediamo di venire con tutti i documenti utili ad analizzare la situazione (finanziamenti in corso, estratti conto, bollette...). Alcuni durano un’ora, altri tre. Le persone si sfogano, noi le ascoltiamo, senza giudicarle: è importante immedesimarsi in loro. Il volontariato alla Tovini mi ha insegnato questo: l’ascolto. E anche a ridimensionare i nostri problemi: certe cose che ci sembrano insormontabili, sono in realtà superficiali, se paragonate alle difficoltà che hanno le persone che aiutiamo».
– Voi erogate i fondi direttamente?
«No, facciamo da garanti per le banche che poi concedono il prestito. Valutiamo prima se ci sono i requisiti, ma la percentuale di insolvenza delle persone che aiutiamo è bassissima».
– Cosa succede quando chi aiutate torna a respirare? 
«È bellissimo. Ci chiamano per esprimerci la loro gratitudine. Più di una volta mi è capitato di piangere con alcuni di loro. Ricordo ancora il caso di una famiglia rimasta senza corrente elettrica d’estate, perché avevano bloccato le forniture: quando la situazione si è risolta mi hanno telefonato per comunicarmi la loro felicità».
– Altri casi che le sono rimasti nel cuore?
«Quello di una famiglia nigeriana che è riuscita a riacquistare la propria abitazione andata all’asta attraverso il figlio, che nel frattempo aveva trovato lavoro e poteva garantire i pagamenti del mutuo. L’avevano persa la casa, ma non per colpa loro. Il problema, generale, è che c’è una povertà legalizzata: stipendi bassi, costo della vita che aumenta sempre di più e se ci sono figli l’assegno unico non basta. Vivere con duemila euro al mese e mantenere dei figli rende difficile tenere in attivo il bilancio familiare». 

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