Tutti amano gli alpini. Come mai? «Forse perché la gente ci riconosce come persone generose, bonaccione, di compagnia». Doti che appartengono anche a Nicola Caloi, 64 anni, sposato con 2 figli, alpino residente in Borgo Venezia. Una penna nera arruolata col servizio militare e volontario da tanti anni. Oggi fa parte del direttivo del gruppo di Alcenago, dove è anche cuoco in baita, e della squadra della Protezione civile Ana Valpantena-Lessinia, che ha sede a Grezzana e conta una sessantina di volontari, tra cui una quindicina di donne.
Nicola è uno dei 19.870 soci dell’Ana Verona, guidata dal presidente provinciale Maurizio Trevisan – Verona, tra l’altro, si candida a ospitare l’adunata nazionale degli alpini nel 2027 – che l’ha premiato per il suo “cuore d’oro”. Un gigante buono, più orientato al fare che all’apparire sotto ai riflettori. «Io sono uno che non riesce a stare con le mani in mano, ma come me ce ne sono tanti», si schermisce. E per fortuna...
– Nicola, lei è uno dei tanti veronesi arruolati con la leva obbligatoria. Che ricordi ha?
«Dopo il Car a Codroipo, prestai servizio militare a Tarvisio, nella Julia. Era il 1980. Un’esperienza forte, a vent’anni: ti insegnava la disciplina, forse un po’ non guasterebbe anche oggi...».
– Lei viene da una famiglia di alpini?
«Sì, avevo degli zii alpini da parte di mia mamma. Due, Mario e Marino, sono rimasti in Russia nella Seconda Guerra mondiale, non abbiamo più ritrovato i loro resti. Mio zio Sergio Billo, invece, fece ritorno a piedi. Un sacrificio che, morti tutti i testimoni diretti, purtroppo è poco ricordato».
– Da militari in guerra a corpo che porta la pace: un bel cambiamento per gli alpini.
«Sì, per esempio, a trent’anni dalla missione umanitaria Albatros in Mozambico, l’ultima che impiegò gli alpini di leva, lo scorso novembre sono stato in Mozambico per aiutare a costruire un edificio religioso e un oratorio nella città di Pemba. Io e Fabio Bolognani, un alpino della Val di Fiemme, siamo stati scelti dal direttivo nazionale dell’Ana per aiutare a gettare le fondamenta nella missione dei Padri Cavanis, che accolgono molti rifugiati di religione cattolica in fuga dal nord del Mozambico, dove i miliziani integralisti li costringono a convertirsi all’islam».
– Che esperienza è stata?
«Bellissima. Sono elettricista di formazione, ma me la cavo anche con l’idraulica e l’edilizia. Mi sono messo a disposizione, insegnando ai giovani del posto un mestiere. Abbiamo fatto arrivare in Africa due betoniere, per agevolare il lavoro che là è fatto tutto a mano, compreso spaccare le pietre per ricavare la ghiaia; abbiamo gettato le basi dell’edificio, il primo in muratura in quel villaggio. Ho creato un rubinetto nel cantiere, a cui vengono ad attingere acqua le donne, risparmiandosi lunghi viaggi a piedi».
– Cosa le è rimasto impresso?
«I sorrisi dei bambini, nonostante la povertà. Ogni giorno le suore di Gesù Buon Pastore ne accolgono 350, educandoli e sfamandoli con un panino. Ma fuori dai cancelli si presentano in mille: è una lotta per la sopravvivenza (si commuove, ndr). Mi piacerebbe trovare un modo per aiutarli».
– Era la sua prima esperienza all’estero?
«No, all’inizio della guerra russo-ucraina sono andato con la mia squadra di Protezione civile in Ucraina. Ho guidato uno dei 18 autotreni del convoglio che trasportava ambulanze donate dallo Stato italiano».
– Quali emergenze ha affrontato finora?
«Le alluvioni nelle Marche e in Emilia-Romagna. Le ultime a Imola e Faenza: acqua ovunque e poi un metro di fango dappertutto. Ci si trova di fronte alla devastazione, con le persone che piangono. Bisogna valutare bene i rischi e per questo facciamo corsi ed esercitazioni, per acquisire nuove competenze».
– Lei ha sempre fatto volontariato?
«Sì, anche se prima della pensione, ormai 5 anni fa, mi limitavo a operazioni più saltuarie».
– I prossimi impegni?
«Sarò al seguito dell’associazione I Pellegrini, che sta andando a piedi da Verona a Roma. Come alpini ci hanno chiesto di allestire una cucina mobile per fare da mangiare al gruppo, durante i giorni di cammino».
– Perché fare volontariato?
«Perché si riceve di più di quello che si dà, e non è un modo di dire. Essere ripagati con un sorriso, un grazie o un caffè fatto con una moka recuperata dal fango di un’alluvione è un’emozione fortissima. Provare per credere».
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