Occuparsi delle persone fragili che agli occhi della società non esistono. E che purtroppo, vivendo ai margini delle nostre città, molto spesso incontrano ostacoli insuperabili di natura logistica, economica e sociale, oltre a pregiudizi e discriminazione.
Proprio queste persone non sono invisibili per Manuela Peruzzi, dottoressa volontaria e sostenitrice di Medici per la Pace. Specialista in Medicina del lavoro e igiene pubblica, ha lavorato per quasi 40 anni con vari livelli di responsabilità allo Spisal dell’Ulss 9 Scaligera, occupandosi di prevenzione, igiene, sicurezza sul lavoro, malattie professionali. È stata docente presso la Scuola di specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università di Verona. Ha visto concretizzarsi la riforma sanitaria che ha portato alla nascita dei servizi. Perciò, probabilmente, il fatto che i servizi possano essere davvero accessibili a tutti assume per lei un significato particolare.
L’ingresso nell’organizzazione non profit e di volontariato, nata a Verona ma attiva con progetti di cooperazione in diversi luoghi del mondo (dall’Europa dell’est all’Asia fino a Sud America e Africa), è avvenuto dopo il pensionamento e un periodo di riflessione. «Un’amica che conosceva Medici per la Pace mi ha proposto di entrare a farne parte. Prima ho voluto capire, poi mi è piaciuto sempre più sia professionalmente che umanamente». Un impegno nuovo, diverso, che è però gratificante.
Nel dicembre 2020, assieme al collega dello Spisal Luciano Marchiori, la dottoressa ha ricevuto la nomina di Cavaliere della Repubblica per l’impegno profuso durante la pandemia. «Con il Covid è avvenuta una riscoperta del servizio e abbiamo cercato di contribuire nel frenare l’epidemia. Al tavolo della Prefettura con tutti gli enti (Inail, Inps, Polizia locale) abbiamo lavorato al coordinamento delle attività all’interno delle aziende per verificare se avevano messo in piedi le misure di prevenzione necessarie», ricostruisce. «È stato un periodo di grande lavoro – aggiunge – ma anche di soddisfazione nel creare squadre per le vaccinazioni del personale e nel cercare di cambiare la nostra veste, perché in quel momento la priorità era la salute dei cittadini».
Oggi la dott.ssa Peruzzi ha abbracciato la mission di Medici per la Pace: migliorare le condizioni sanitarie, sociali ed educative delle persone in difficoltà; combattere la povertà, l’ignoranza, la discriminazione e l’ingiustizia; offrire servizi sociali e sanitari alle persone senza distinzione di nazionalità, etnia, cultura, genere o religione. Molto concretamente. «Ci dedichiamo alle persone fragili, senza casa, in una situazione sanitaria e sociale pesante. Copriamo un vuoto istituzionale ma il volontariato è così...», spiega. Diagnosi e cure di primo livello avvengono nei due posti medici avanzati alle mense dei conventi di San Bernardino, in via Saffi 8/A, e della Fraternità francescana di Betania, in via Fincato 35/B, ai quali si aggiunge il centro servizi Camploy di vicolo Campofiore 4; mediatori culturali facilitano il dialogo e offrono supporto in particolare nei percorsi di regolarizzazione amministrativa.
In questi ambulatori di prossimità – dove nel 2025 sono stati visitati oltre 360 pazienti e sono state erogate circa 800 prestazioni sanitarie – si viene a contatto con un’umanità che richiede particolari attenzioni: «Non essere in possesso della residenza ricade sul non avere la tessera sanitaria. Oltre a dormire all’aperto in inverno e d’estate, queste persone non hanno il permesso di soggiorno o sono in attesa di ottenerlo. Inoltre, non avendo la tessera sanitaria, non hanno diritto ai farmaci se non, com’è previsto dalla normativa nazionale e regionale, in caso di accesso al pronto soccorso».
Medici e infermieri volontari assicurano cure odontoiatriche su richiesta; controlli di oculistica e cardiologia o in coordinamento con il Cesaim di psichiatria e neurologia. Il collegamento con il Banco farmaceutico consente di dispensare medicinali in caso di bisogno. Vengono effettuate vaccinazioni e screening, ad esempio per la tubercolosi. «Alcuni pazienti li vediamo più volte perché hanno patologie croniche come diabete, ipertensione, bronchiti. Tu li curi ma poi ritornano perché spesso non hanno condizioni di vita favorevoli in cui guarire completamente, fanno fatica ad organizzarsi la vita e a tenersi sotto controllo. Questo fa sentire impotenti ma al tempo stesso utili».
Davanti agli occhi scorre un’umanità che è varia: «Giovani che arrivano qui con tante belle speranze e dopo diventano dei malati. Alcuni potrebbero lavorare, ma è difficile trovare un’occupazione e il fare niente li mette alla mercé di situazioni pericolose». Scorrendo l’elenco delle nazionalità che accedono maggiormente ai servizi di Medici per la Pace, dopo i marocchini, ci sono gli italiani. Questo fa riflettere, conclude la dottoressa volontaria: «Non hanno i soldi per curarsi o acquistare le medicine, ma sanno che comunque da noi possono trovare le porte sempre aperte».