Il custode della Grotta del sogno

Lo speleologo Bruno Pellegrini “cicerone” tra le concrezioni

| DI Marta Bicego

Il custode della Grotta del sogno
Ogni anno, oltre 2.500 persone visitano la Grotta di Monte Capriolo, a piccoli gruppi, così da preservarne habitat ed equilibrio naturale. Bisogna salire a poco più di mille metri di altitudine, in contrada Capraia nel comune di Roverè, per addentrarsi nelle profondità della Lessinia. E restare senza fiato, là dove il buio è illuminato dalla luce ed è possibile camminare tra le meravigliose concrezioni che la natura ci ha regalato. 
Da anni, custode e cicerone di questo luogo è Bruno Pellegrini, 85 anni, ex bancario al Credito Italiano, dietro la scrivania da dopo il diploma da ragioniere. L’evasione l’ha trovata praticando la speleologia, nelle profondità della Terra. 
Di questa cavità e delle vie aperte negli anni, non tutte accessibili al pubblico, Pellegrini conosce ogni segreto. L’intuizione di fratel Giuseppe Perin di rendere l’antro visitabile; i primi interventi come Gruppo amici della montagna (Gam) a fine anni Sessanta, in collaborazione con Comune e Pro loco; la creazione di un sentiero turistico; l’apertura al pubblico nel 1972. 
«Dal 1989, grazie a una convenzione col Comune, la gestione è passata alla Commissione speleologica veronese, organismo che raggruppa i gruppi che operano nel Veronese», spiega. La grotta è accessibile solo da metà giugno a settembre: ogni sabato, dalle 15 alle 19, e domenica, dalle 14 alle 19, o su richiesta (per informazioni 347.0404211). 
– Da anni, dalla città sale quassù. Che legame ha con questo luogo?
«Come grotta la sento un po’ mia, soprattutto da quando è stata attrezzata per l’apertura al pubblico. Ho seguito i lavori di ammodernamento e sistemazione delle luci interne e del corrimano. Nel bosco che conduce all’ingresso abbiamo creato un percorso botanico, aumentando la valenza didattica, in collaborazione con Comune e Parco della Lessinia». 
– Qual è il dettaglio che più le piace raccontare della grotta?
«Nel salone terminale possiamo vedere una fessurazione: delimita due strati di roccia e documenta che, milioni di anni fa, qui non c’era la montagna, ma il mare...».
– Come è nata la sua passione per il sottosuolo?
«Nel 1960, avevo vent’anni. Eravamo un gruppo di amici molto affiatati e trascorrevamo assieme i fine settimana. Tra questi, c’era un ragazzo che conosceva Attilio Benetti, speleologo e paleontologo, che l’ha portato in esplorazione in una cavità sotterranea. Sentendo il suo racconto, abbiamo voluto provare anche noi». 
– La prima esplorazione?
«Ad Avesa dove, oltre alle cave, ci sono delle grotte naturali. Come la Spluga del torrente, che è lunga circa 200 metri ed è percorsa da un corso d’acqua sotterraneo. Da lì è nato l’entusiasmo. Benetti è divenuto il nostro referente per la Lessinia. Abbiamo creato il gruppo Società amici della natura, diventata Gam nel 1968. La passione è rimasta e ora l’attività principale è qui, come volontario, e mi impegna abbastanza».
– Nel frattempo è cambiata le speleologia...
«Ai miei tempi ci si calava nelle grotte con le tute da meccanico stracciate e uscivi bagnato fradicio. Si usavano solo scalette: due cavi d’acciaio con pioli d’alluminio per entrare nelle cavità verticali. Dopo la speleologia si è evoluta, le scalette sono state abbandonate perché erano molto ingombranti ed è arrivata la tecnica con corde statiche fissate alla sommità del pozzo, mentre con attrezzi meccanici si scende e si sale». 
– C’è una discesa che ricorda più delle altre?
«Quella nel primo pozzo della Spluga della Preta, nel 1964. Ti trovi in mezzo a una cavità profonda 131 metri. Da solo. Appeso nel vuoto. Sono tornato nel 2005 e anche in quel caso è stata una sensazione unica». 
– È un mondo affascinante quello che si trova sotto ai nostri piedi...
«Tutto quello che si crea è opera dell’acqua piovana che, diventando acida, scioglie la roccia e la trasforma in sale solubile, che ritorna roccia sotto forma di stalattiti e stalagmiti. Accade nel buio totale: la luce la portiamo noi, con le lampade o le pile sui caschi. E pensi: possibile che una goccia d’acqua possa creare questo? Processi che richiedono tempi diversi dalla nostra quotidianità frenetica». 
– Abbiamo molto da imparare dal sottosuolo?
«Le risorse idriche in futuro verranno sempre di più dal mondo sotterraneo. Purtroppo nei decenni scorsi tantissime cavità sono state usate come discariche, senza considerare che quell’inquinamento viene raccolto dall’acqua, che lo porta in pianura alle sorgenti che alimentano gli acquedotti. È un promemoria che lasciamo alle giovani generazioni». 

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