«Questo è un tipo di volontariato che consiglierei soprattutto ai giovani, perché dà molta concretezza, insegna l’empatia ed è una vera e propria scuola di vita; al contempo, fa conoscere persone in gamba, con cui si fa davvero squadra e che diventano come una seconda famiglia».
Parola di Angela Castagna, 33 anni, “croceverdina” dal 2011. Originaria di San Rocco di Piegara, vive a Quinto, in Valpantena; infermiera, lavora all’ospedale Sacro Cuore don Calabria di Negrar, da quattro anni nel reparto di Terapia intensiva.
È una degli oltre 1.500 volontari di Croce Verde Verona, ente pubblico sorto in città nel 1909, oggi impegnato nel soccorso e trasporto di ammalati in stato di bisogno, assistenza a manifestazioni e formazione alla cittadinanza. La Croce Verde, presieduta da Michele Romano, conta inoltre 90 dipendenti, 130 infermieri e 50 medici – che coprono soprattutto i turni infrasettimanali, quando i volontari sono impegnati al lavoro – e grazie a 50 mezzi di soccorso realizza circa 60mila interventi annui.
– Quando ha iniziato a prestare servizio?
«A 18 anni. Grazie all’esempio avuto in famiglia: mio papà Giordano è in Croce Verde da oltre 30 anni, lo stesso uno zio da parte di mia mamma. Ho cominciato nella sede di Cerro Veronese, che copre la Lessinia centrale, e poi sono arrivata in quella di Verona Centro, in lungadige Panvinio, di cui sono caposquadra, ovvero mi occupo di fare i turni e gli equipaggi. Inoltre, sono una dei 40 istruttori volontari che formano i futuri allievi e sarei pure autista...».
– Come trova il tempo per fare volontariato, con un lavoro impegnativo e strutturato su turni?
«Io presto servizio il sabato, quando sono di riposo dal lavoro. La mia squadra, composta da una ventina di persone, copre il turno diurno del sabato (dalle 7 alle 19), quindi ci alterniamo. Poi ho la fortuna di avere in squadra anche mio marito Tommaso, con cui sono sposata dal 2007: ci siamo conosciuti proprio facendo volontariato qui. Lui lavora nella progettazione di tratte in una ditta di trasporti e per la Croce Verde fa l’autista volontario: i sabati li trascorriamo insieme».
– Quando si è candidata come volontaria sapeva già di voler fare l’infermiera?
«No, volevo fare tutt’altro nella vita, ero interessata alle Scienze forestali; poi in Croce Verde ho conosciuto diversi infermieri che mi hanno spinto a coltivare questo interesse, da cui è nata una passione e una professione. È un tipo di volontariato che, non a caso, attrae molti studenti di Medicina e Infermieristica».
– E anche molti giovani, in controtendenza rispetto a molte altre realtà che faticano ad avvicinarli...
«Sì, i più giovani hanno 18 anni. Ma c’è una bella mescolanza di età e di estrazioni sociali: nelle squadre troviamo tanto lo studente quanto la casalinga o il padre di famiglia. La cosa incredibile è che si creano dei legami molto belli, anche fuori dal turno».
– Che requisiti servono per candidarsi?
«Bisogna sapere che è un volontariato che richiede impegno e aggiornamenti periodici. Ma in generale basta dare la disponibilità a coprire 2-3 turni al mese. Si fa domanda e si segue un corso di formazione base e uno avanzato, per imparare la teoria. “Agisci solo se l’ambiente è sicuro” è la prima regola da imparare. A settembre inizieranno i prossimi corsi, anche in zone dove si sono aggiunte nuove sedi, come Tregnago (per info: croceverdeverona.org)».
– Come funzionano poi i soccorsi?
«Veniamo allertati dal 118, che ci dà la via e ci anticipa cosa è successo. Una volta arrivati, si vede il da farsi per aiutare la persona in difficoltà: ci sono interventi che si risolvono in breve tempo, altri più gravi; talvolta ci troviamo di fronte a scenari molto forti, che richiedono di attivare un aiuto psicologico o comunque di essere rielaborati. In un sabato la nostra squadra fa dalle 5 alle 12 uscite».
– Chi soccorrete?
«Dal bambino piccolo alla signora di 102 anni. Dal veronese al turista».
– Come siete accolti?
«Nelle case sempre bene, alcuni addirittura vogliono farci il caffè per sdebitarsi dell’aiuto. Con le persone alterate da sostanze o psicofarmaci invece è più difficile entrare in sintonia; spesso tocca chiamare le forze dell’ordine, perché ne va della nostra incolumità».
– È una divisa che portate con orgoglio. Ma col caldo non sarà facile!
«In effetti, si porta con gioia ma ci fa sudare (ride, ndr). Pensi che anni fa avevamo come volontaria una bravissima ragazza marocchina che copriva i turni estivi indossando anche il velo e non bevendo né mangiando, perché per lei era periodo di Ramadan. Questo la dice lunga sull’attaccamento a questo servizio».
– Quali sono gli interventi più belli che ricorda?
«Sono tanti... Un ragazzo che avevamo soccorso in Lessinia per un brutto incidente in motorino, che a distanza di tempo ci ha riconosciuti e ringraziati. E anche un signore che aveva avuto un arresto cardiaco: ci ha tenuto a farci sapere che stava meglio».