A filò da Ezio per conoscere la Lessinia

Insegnante ora in pensione, tiene vive le tradizioni della montagna. Se non fosse stato per la tesi...

| DI Marta Bicego

A filò da Ezio per conoscere la Lessinia
Galeotta fu la tesi di laurea in Lettere. “Perché non raccontare della gente di montagna?”, pensò l’allora giovane studente Ezio Bonomi quando si trattò di decidere con quale argomento concludere il percorso di studi all’Università di Padova. 
Tempra montanara la sua nel tenere testa a quella professoressa che avrebbe voluto spedirlo a Milano, a scartabellare tra polverosi archivi per fare ricerche su un autore anonimo. Ma lui, nato e cresciuto a San Rocco di Piegara, frazione di Roverè, scelse di passare di paese in paese, di contrada in contrada. Di entrare nelle case delle persone, sedersi al focolare e ascoltare quello che avevano da dire. Penna e blocchetto alla mano, assieme a una vecchia macchina fotografica.
«La gente mi ha voluto bene, perché mi sono avvicinato in maniera semplice e rispettosa. Alla fine mi hanno trattato come se fossi stato uno di loro: uomini e donne si sono svelati. Ho intervistato persone della fine dell’Ottocento, affrontando anche argomenti piuttosto imbarazzanti, visto che la mia ricerca si concentrava sul ciclo della vita umana, dalla nascita alla morte», ci tiene a sottolineare l’ex professore. Una scelta azzeccata quando si trattò di spingersi verso la Lessinia orientale e quella occidentale, spiega, fu quella di farsi “raccomandare” dai preti: un passe-partout che spalancò le porte e i cuori anche dei montanari più riservati.
Fortuna sua. E nostra, che oggi possiamo leggere tra le righe delle sue pubblicazioni tante curiosità del passato – proverbi, modi di dire, aneddoti, racconti, canzoni – che Bonomi ha consegnato alle stampe a partire da quel convinto atto “sovversivo”. E la famosa tesi? Discussa, con tanto di 110 e lode, dopo aver guadagnato ben 14 punti alla discussione. Nientemeno che il rettore dell’istituto, il linguista Gianfranco Folena che era un nome nella filologia romanza, trovò quel lavoro ricco e ben scritto, eppure subito l’aveva etichettato come antiquato e poco moderno. Nel 1981 quello scritto confluì nel volume Vita e tradizione in Lessinia, edito da Gianni Bussinelli editore. «Poi? Mi sono appassionato. E un libro tira l’altro…», dice. Ecco sugli scaffali: gli esilaranti aneddoti de I mati da Sago, i racconti di Va’ a farte benedir, Le storie de Bartoldo, I proverbi no ’i è mati e Par modo de dir… in Lessinia, da poco ampliato e ristampato. 
«Un’altra mia fortuna è stata quella di collaborare con tre grandi “pilastri” della Lessinia: Piero Piazzola di Campofontana, Attilio Benetti di Camposilvano e don Alberto Benedetti di Ceredo», ammette il settantaquattrenne, il quale avvezzo alle lettere più che ai numeri, scelse di diventare insegnante. In cattedra prima tra Bosco Chiesanuova e Arbizzano, dopo per 33 anni alle scuole medie di Roverè ma molto attivo nel Curatorium Cimbricum Veronense e nell’organizzazione del Film Festival della Lessinia. «Ho cercato di coinvolgere gli alunni nel valorizzare la cultura popolare, al di là dei programmi ministeriali, partecipando a concorsi e ottenendo dei riconoscimenti. Abbiamo fatto ricerche sui cibi, sui proverbi, sulla meteorologia, sugli orchi, sulle anguane e sulle strie». 
Bonomi ha portato nelle aule, tra i banchi, la cultura del far filò. E le sue narrazioni ora accompagnano i pomeriggi delle università del tempo libero o le serate nei teatri e nelle contrade. Che è un po’ un modo per tenere a mente chi siamo, da dove veniamo, quando la luce fioca che illuminava i volti nelle stalle era quella della legna che arde e non lo schermo luminoso di un telefonino. 
Quelle espressioni in dialetto che ci ricordano da dove veniamo
Ghe ’ol onto de gombio. Serve mettercela tutta, rammenta Ezio Bonomi. Di certo, non l’è on strassa-fenare, cioè un fannullone, l’ex docente che ha meticolosamente raccolto le oltre 2mila espressioni nel dialetto della montagna veronese confluite nella pubblicazione Par modo de dir… in Lessinia (Gianni Bussinelli editore), di recente ampliata e alla prima ristampa. 
Lo scopo? «Mettere in luce un ricco e articolato “giacimento” di folclore verbale degli altipiani veronesi sedimentatosi nel tempo e diventato via via patrimonio di insegnamenti e luoghi comuni», sottolinea l’autore che nella primavera del 2020, nel periodo della pandemia da Covid-19, si è trovato a stringere tra le mani il volume dell’amico e linguista Giovanni Rapelli (mancato improvvisamente nel 2019), Si dice a Verona. Una lettura documentata e stimolante, che lo ha spinto a iniziare ad annotare le varianti diffuse nelle terre alte.  
«La possibilità di muovermi più liberamente ha consentito di implementare, approfondire, confrontare e completare il quadro dei più comuni modi di dire in uso nella nostra Lessinia», ricostruisce Bonomi. Sempre in allerta, spalleggiato dai familiari. Con un bigliettino pronto nel portafoglio per segnare le parole e le frasi degne di nota ascoltate all’osteria, sul sagrato appena terminata la Messa, in una pausa dal lavoro nell’orto. Modi di dire che oggi, molto spesso, suonano incomprensibili alle nostre orecchie visto che sono strettamente intrecciati a uno stile di vita diverso da quello attuale. 
La quotidianità trascorreva tra le stalle e gli alti pascoli o a fare la legna nei boschi, tra le schermaglie nelle piazze e gli amori sbocciati andando a fare filò. Che servisse pure tegnerghe su el mòcolo, vale a dire vigilare su quei fidanzati ai primi incontri, che non potevano essere lasciati da soli. Altri tempi, di certo con meno culle vuote e non era raro sentir dire: mai vista una sniatà de fioi del genere, davanti a una numerosa progenie. Una volta che si inizia a sfogliare le pagine della pubblicazione, la curiosità assale il lettore: del resto, piassè i magna, piassè i magnarea e non si è mai sazi. Altri tempi, nei quali la vita di molti ruotava attorno al sagrato: se veden dumìnica dopo messa ultima, la Messa dopo le 10; era quella frequentata dagli uomini, che poi si fermavano volentieri all’osteria a bere, discorrere, trattare, informarsi o magnar na tripa… Oggi abbiamo social e sushi, per dire. O le app che ci annunciano che tempo farà. Invece gh’è el Paolo che buta: cambia el tempo, il tempo era in cambiamento quando i pezzi di fuliggine si staccavano dal camino, forse un rimando a san Paolo che nel mondo contadino era noto per la capacità di predire il mutare delle condizioni meteorologiche. Che ci sia sereno o se marida la bolpe, visto che in Lessinia centrale si narra che la volpe per sposarsi scelse un giorno uggioso per sfuggire ai cacciatori. Di fatto l’è el tempo che fa i laori, bisogna aspettare le condizioni favorevoli per agire. Dopo el ragno el fa el guadagno, perché la presenza delle ragnatele in una abitazione non era segno di miseria e serviva pure a ridurre il numero delle mosche. 
Insomma: l’è meio darghe rento, fin che se pol, cioè conviene affrettarsi, deve aver pensato Bonomi. «Credo che il risultato possa costituire un originale esempio di parlata locale e arricchire il quadro dei luoghi comuni, dei modi di dire popolari e degli interessi della gente di montagna. Mi auguro – conclude l’autore – che possano interessare pure le aree limitrofe di città e di provincia e spero di contribuire per parecchi ad evitarne l’oblio».
© Riproduzione Riservata

Tutti i diritti riservati

!w-[42px] !h-[42px]
Sei un abbonato a Verona fedele e desideri consultare il giornale anche via web, sul tuo computer, su tablet o smartphone?
Lo puoi fare in modo rapido e gratuito. Ecco alcuni semplici passaggi per accedere alla tua edizione online e per installare l'App:
In fase di aggiornamento...

w-fullw-full