Quando immigrato e terrorista per molti divennero sinonimi

Quando immigrato e terrorista per molti divennero sinonimi
Da ormai dieci lustri, il tema delle immigrazioni è al centro della politica dei Paesi occidentali. Mai affrontato seriamente, è divenuto uno spauracchio di notevole impatto mediatico: il flusso degli immigrati verso il mondo ben fornito e ben vestito è un’invasione pericolosa per la sicurezza poiché gli stranieri, proprio perché tali, sono portatori sani di delinquenza.
Per quel che riguarda l’Italia, la criminalizzazione è iniziata con l’attentato di quattro palestinesi contro la compagnia aerea israeliana El Al nell’aeroporto romano di Fiumicino.
Armeno Martellini, nel suo Annibale alle porte, parte proprio dalla ricostruzione di quella strage consumata il 27 dicembre 1985 per tentare di spiegare come i vocaboli immigrato e terrorista siano divenuti, per buona parte dell’opinione pubblica e degli operatori dell’informazione, sinonimi. Mancano pochi secondi alle 9 di quel venerdì quando quattro giovani tirano fuori da un borsone bombe a frammentazione e kalashnikov. Una tempesta di colpi sbriciola i cristalli e crivella le pareti, mentre le forze di polizia italiane e gli agenti dei servizi segreti inviati da Israele per supportare la sicurezza della compagnia di bandiera rispondono al fuoco. Quando le armi tacciono, a terra ci sono i corpi di 16 persone: tredici viaggiatori e tre terroristi. Il quarto, un diciottenne sopravvissuto al massacro nel campo profughi di Sabra e Shatila del 16 e 17 settembre 1982, viene ferito e catturato.
L’attentato è quasi subito collegato alla presenza incontrollata di stranieri in Italia. Il lavoro di Martellini analizza l’immancabile diffusione nel Paese dello stereotipo dello straniero criminale. Unico argine la Chiesa ed il mondo cattolico (l’autore ricorda, fra l’altro, la lettera di don Tonino Bello al “fratello marocchino”, l’intervento di monsignor Silvano Ridolfi, all’epoca direttore dell’Ufficio centrale per l’emigrazione della Cei, e l’articolo dell’allora direttore de La Civiltà Cattolica, Giampaolo Salvini, sul numero del 1° febbraio 1986).
Un anno e tre giorni dopo l’attentato di Fiumicino veniva approvata la legge 943 del 30 dicembre 1986 (la legge Foschi, così chiamata dal nome del deputato democristiano Franco Foschi, primo firmatario della proposta presentata alla Camera il 9 novembre del 1983). La debolezza della 943 era però già presente nel titolo: “Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine”, mentre la proposta di Foschi si intitolava “Norme concernenti diritti e garanzie degli immigrati extracomunitari in Italia”. Legge, dunque, inidonea ad affrontare “un fenomeno che aumentava le sue dimensioni e cambiava i suoi caratteri giorno dopo giorno”, come conclude Martellini.

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