Il desiderio di ricordare il padre Angelo e di tramandarne la storia come internato militare italiano (Imi) in Germania, ha sempre accompagnato Nicoletta Nicolis (1963-2025), docente veronese di lingue e letterature straniere, che, prima della scomparsa avvenuta lo scorso anno, è riuscita, dopo un accurato lavoro di studi e ricerche, a dare alle stampe le memorie paterne, ma non a promuoverne, come avrebbe voluto, la diffusione. Ma a questo sta provvedendo un gruppo di amici e amiche che si è fatto carico di divulgare il libro, i cui proventi sono devoluti alla mensa dei poveri del convento di San Bernardino.
Com’è bella la libertà! Memorie di prigionia dell’IMI Angelo Nicolis. Da Atene allo Stammlag VI D, Arbeitskommando 244. Una ricerca sulle tracce della memoria racconta appunto di Angelo Nicolis, originario di Parona (1920-2013), che, arruolato come autiere nel 1940, partecipò alle operazioni di guerra sulla frontiera greco-albanese e che, dopo l’armistizio dell’8 settembre, fu catturato ad Atene e deportato in Germania, nel campo di lavoro tedesco n. 244 di Iserlohn Westfalen, dove rimase fino alla liberazione da parte degli Alleati nel 1945 e al ritorno a casa salutato dal grido di gioia: “Come è bella la libertà!”. Angelo aveva annotato i ricordi della guerra e della prigionia su un quadernino gelosamente custodito, con alcune foto e lettere, in una scatola di legno: parlava con parsimonia e riserbo di quegli anni e aveva chiesto alla figlia di non aprirla finché lui era vivo. La lettura sarebbe risultata forse troppo dolorosa, come altrettanto penoso sarebbe stato ritornare in Germania dove non volle più recarsi.
Le parole di Nicolis testimoniano sia la situazione di assoluta incertezza dell’esercito italiano all’indomani dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), e di quello più noto dell’8 settembre, sia la vita nei campi destinati ai prigionieri di guerra e a quelli italiani, a cui era riservato, essendo considerati traditori, il trattamento peggiore: riesce a dare voce all’estenuante lavoro nelle fabbriche belliche sotto minacce e insulti, al rancio quotidiano composto da un tozzo di pane nero e da una zuppa annacquata di verze e rape, alla fame che riduceva pelle ed ossa, al freddo pungente all’interno delle baracche, al continuo contatto con la sofferenza, la malattia, la morte.
Preziose le note della curatrice a supporto del testo, l’appendice dedicata a documenti dell’Archivio di Stato di Verona, le tavole che permettono un raffronto tra i luoghi di ieri e di oggi e, infine, le fotografie che restituiscono la dimensione privata e intima di questa storia, in cui si riflettono le drammatiche storie di tanti Imi, troppo a lungo ignorate.