Il Trentino dopo la Grande Guerra segna l’esordio letterario di Manfrini

Il Trentino dopo la Grande Guerra segna l’esordio letterario di Manfrini
Si apre con l’immagine di Adalina nel vagone di un treno di ritorno da Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale, Sette volte bosco, il romanzo d’esordio di Caterina Manfrini, classe 1996. Ed è la sua giovane voce a illuminare un angolo buio della storia contemporanea, di cui si parla poco e si studia ancora meno sui banchi di scuola: l’inferno di migliaia di trentini, strappati dalle loro terre alla fine della Prima Guerra mondiale, quando l’Italia dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico e i civili vennero evacuati e deportati con il pretesto di garantire libertà di manovra alle forze militari. Con entrambi i genitori morti e un fratello di cui ha perso le tracce Adalina arriva di nuovo alla sua piccola casa, il màs, il maso di proprietà della famiglia da generazioni, nella valle di Terragnolo, sopra Rovereto. E ad attenderla ci sono povertà, fame, foreste dilaniate dai bombardamenti. In questa desolazione, però, arrivano a darle forza l’acqua del Leno, il torrente impetuoso e carico di ricordi struggenti, luogo di magia e di giochi d’infanzia, e la voglia di ricominciare, curando le ferite dell’anima e della terra. La vita di Adalina prende una nuova forma, tra gli incontri con le donne dei paesi vicini, attaccate alla speranza di veder tornare i propri cari, e i piccoli lavori carichi di ritualità: scendere in città a vendere verdure e unguenti ricavati dalle erbe selvatiche, tornare a casa con una capretta, accendere il fuoco. E arriveranno, poi, il fratello Emiliano, con il suo fardello di traumi e cicatrici, ma tanta voglia di lasciarsi alle spalle l’incubo della guerra, e un giovane misterioso, un soldato nella parte sbagliata del confine. Due presenze forti, nel loro silenzio, e capaci di portare un cambiamento nelle proprie vite e in quella di Adalina. 
Sette volte bosco è un romanzo crudo e al tempo stesso ricco di poesia, emozioni, bellezza. Dove ad avere un ruolo determinante è un paesaggio maestoso e misterioso, vivo, nonostante tutto. Pieno di cicatrici, dagli alberi mozzi alle radure desolate, dove si rischia di morire, se si inciampa in un esplosivo. Eppure, il bosco comincia a crescere di nuovo, il suono degli uccelli si fa spazio, le piante tornano a vivere. 
La scrittura di Caterina Manfrini è essenziale, realistica: c’è poca retorica, in queste pagine, e tanta autenticità, trasmessa grazie alle tante espressioni dialettali che rispecchiano la popolazione di queste terre, un po’ italiane e un po’ austriache. Popolate da gente schietta e abituata a vivere in armonia con le stagioni e le trasformazioni di una natura che, nonostante tutto, sa restituire e premia la perseveranza.

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