Il Maxiprocesso alla mafia raccontato quarant’anni dopo

Il Maxiprocesso alla mafia raccontato quarant’anni dopo
Lunedì 10 febbraio 1986. A Palermo inizia uno dei processi con il più alto numero di partecipanti al mondo: cinque giudici istruttori, una Corte d’assise composta da due giudici togati titolari, sei giudici popolari effettivi, due giudici togati supplenti e dodici giudici popolari supplenti, due pubblici ministeri, 475 imputati difesi da 200 avvocati, riuniti in una aula-bunker costruita in 7 mesi (un record per un’opera pubblica in Italia) capace di resistere persino ad attacchi missilistici. Dopo 349 udienze, 1.314 interrogatori e 635 arringhe difensive, il 16 dicembre 1987 si arriva alla lettura (circa un’ora e mezza) delle 53 pagine della sentenza, 6.901 pagine dalle quali escono 2.665 anni di reclusione articolati in 19 ergastoli e 346 condanne per 202 condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso e 108 per traffico di stupefacenti.
Sono questi alcuni dei dati che si trovano quasi alla fine di ’U maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra di Pietro Grasso, che di quel processo è stato giudice a latere e che a distanza di quarant’anni lo ha voluto raccontare “perché la mafia non è sconfitta. Ha cambiato volto, ha quasi smesso di sparare, ma continua a infiltrare la nostra società, insinuandosi nei circuiti dell’economia, della pubblica amministrazione, del consenso”.
Questo libro è un diario che non può prescindere dalla giustizia e dalla memoria. O meglio, dalla storia. Perché la storia è ricerca e non trasmette verità: la verità è giudiziale, è qualcosa che attiene al processo e il processo deve concludersi con una sentenza che accerti una verità giudiziaria.
Scrivere oggi del Maxiprocesso significa restituirgli questa verità giudiziaria, accettata da chi non aveva certezze, ma scelse comunque di credere nella giustizia come unico strumento possibile per tenere insieme la democrazia; quella democrazia per la quale furono vittime della mafia Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Emanuele Basile, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, Paolo Giaccone…
Questi sono solo alcuni dei personaggi citati da Grasso nelle oltre trecento pagine del volume: carabinieri, poliziotti, magistrati, medici che scelsero di stare dalla parte giusta, ma pure giornalisti come Giampaolo Pansa, all’epoca vicedirettore de La Repubblica, che qualche giorno prima dell’inizio del Maxiprocesso aveva scritto un articolo intitolato La palude che soffoca Palermo. Se oggi a Palermo (e in Sicilia) questa soffocante palude è stata quasi prosciugata è anche grazie a ’U maxi, raccontato come un diario appassionante da chi, come Pietro Grasso, nell’aula-bunker c’è stato.

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