Dopo una sua breve esperienza di insegnamento della retorica a Cartagine, Agostino pensò di far ritorno a Tagaste per aprire una scuola di retorica proprio nella sua città natale. Vi ritrovò un coetaneo, che aveva fatto la scuola con lui a Madaura e con il quale aveva giocato, “molto caro e come me nel fior della giovinezza” (Confessioni IV,4.7). Tra i due si instaurò un vincolo di amicizia fortissima. Agostino ne rimase infatuato. Colpito da una forte febbre, quell’amico perse i sensi. Ma poi si riprese e Agostino gli era sempre accanto: “Io non mi allontanavo da lui, tanto dipendevamo l’uno dall’altro” (Ivi IV,4.8). Dopo qualche giorno, mentre Agostino era assente, quell’amico, nuovamente colpito da febbre, morì: “Il mio cuore rimase ottenebrato da quel dolore e tutto ciò che vedevo per me era morte. Il mio paese era divenuto per me un supplizio; la casa paterna una strana infelicità, e tutto quello che con lui avevo avuto in comune, senza di lui si era trasformato in un immane cruccio. I miei occhi andavano in cerca di lui da ogni parte… Mi era dolce solamente il pianto… Era morto quel mio amico, che avevo amato come se non avesse mai dovuto morire; e ancor più mi stupivo del fatto che, mentre lui era morto, io fossi ancora vivo, dal momento che io ero come un altro lui” (Ivi IV,6.9.11). Questa, dunque, l’esperienza di una fortissima amicizia spezzata per Agostino. Ci si può chiedere: che cosa significa per un giovane di oggi la morte di un amico del cuore, o per incidente o per grave malattia? Quanto meno sconvolge la vita e il senso stesso dell’esistenza. Pur se irretiti dalla cultura dell’individualismo, ancor oggi l’avere amici, soprattutto un amico del cuore, è sentito come un bisogno vitale. Per dimenticare quel suo amico, lasciò Tagaste e fece ritorno a Cartagine, dove aprì una sua scuola di retorica. Nel tempo in cui si dedicava all’insegnamento, Agostino scrisse un’opera, Sul bello e sul conveniente. E la dedicò a Gerio, un famoso oratore della città di Roma. Mentre scriveva le Confessioni, Agostino si domandava qual fosse stato il motivo di tanta attrazione verso Gerio, che non conosceva personalmente e di cui aveva solo sentito parlare: “Io lo amavo per la fama della sua dottrina che lo rendeva celebre… quell’uomo mi piaceva ancora di più perché piaceva agli altri… Quel retore apparteneva a quel genere di uomini che io amavo, perché volevo essere come loro” (Ivi IV,14.21.23). Quanta verità in questo testo: ci si lascia ammaliare da persone sconosciute solo perché sono sulla cresta dell’onda. Come a dire: “Basta farsi un nome! E tutti ti considerano un dio”.
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona