Divenuto Vescovo, mentre scrive la Confessioni, Agostino si rivede in preda alla libidine che lo ha travolto: “In quel sedicesimo anno della vita della mia carne, la lussuria sfrenata si impossessò di me” (Confessioni II,2.4). E prosegue, deciso a manifestare a Dio tutta la sua bruttura, perché fosse purificata: “In quel mio sedicesimo anno, durante quel periodo di ozio, dovuto a necessità familiari, nel quale, libero da ogni impegno scolastico, incominciai a vivere con i genitori, i rovi di spine delle mie libidini crebbero al di sopra del mio capo. Anzi, una volta mio padre ai bagni vide che io ero entrato nella pubertà e manifestavo i segni della inquieta adolescenza. Esultò al pensiero dei futuri nipotini” (ivi II,3.6). Monica, invece, si mostrava alquanto preoccupata e da madre qual era, davvero madre, “mi ammoniva che io non fornicassi, e soprattutto che non commettessi adulterio con le mogli di altri” (ivi II,3.7). Al che Agostino, da adolescente spavaldo: “questi mi sembravano ammonimenti di una donnicciola” (ibidem). Sta di fatto che, quando uno si trova su una strada sbagliata, a gran galoppo, è fiato sprecato gridargli di fermarsi e di imboccare la strada giusta, fosse pura da parte di persone che gli vogliono bene, finché non gli arriva una luce dall’Alto che lo convince di essere sulla strada che non conduce alla meta. Agostino, in questo testo e in altri, sostiene che quando una persona, giovane o no, è travolta dai vizi, specialmente dalla lussuria, la sua mente viene offuscata e non riesce più nemmeno a vedere con chiarezza la verità; al massimo la vede sfocata, come chi ha le cateratte agli occhi. In tali situazioni non resta che attendere, nella pazienza lungimirante e nella preghiera, il momento di un possibile ravvedimento. Certo, però, che l’ammonimento materno di Monica al figlio di non fornicare e tanto meno di non abusare almeno delle donne sposate avrebbe avuto un esito più convincente se fosse stato accompagnato o, ancor meglio, preceduto, da un severo monito del padre che, nel frattempo, non era affatto credibile, essendo alquanto infedele alla moglie. Sta di fatto che l’efficacia di un intervento educativo passa inevitabilmente dalla concordanza, assolutamente sintonizzata, tra quanto segnala la madre e quanto prospetta il padre. Se poi un figlio si trova in grave pericolo, padre e madre debbono mostrarsi ambedue anche severi e decisi nell’impedire una eventuale esperienza devastante, proprio come atto di amore genitoriale.
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona