Siamo giunti al libro VIII delle Confessioni, il libro della conversione di Agostino. A tale conversione concorsero due incontri. Anzitutto con Simpliciano, padre spirituale di Ambrogio. Ad Agostino, il cui animo era tutto in subbuglio soprattutto per il fatto che, pur desiderando liberarsi dal giogo della libidine sessuale, non vi riusciva a causa della debolezza della sua volontà, balenò l’idea di incontrare Simpliciano, per “confidargli i suoi turbamenti”. Per avviare il discorso, gli riferì di aver letto alcuni libri dei Platonici, tradotti dal greco in latino da un tale Mario Vittorino. Con sorpresa di Agostino, Simpliciano gli confidò di averlo conosciuto personalmente, a Roma. Retore. Dottissimo. Pagano fino a tarda età, quando si convertì, tra lo stupore e la gioia di tutti (cfr. Confessioni VIII,2.3.4.5). Il racconto della conversione di Mario Vittorino fece divampare nell’animo di Agostino il desiderio di imitare un tale esempio. Ma era fin troppo schiavo della sua libidine, causata dalla volontà perversa. E a questo punto Agostino traccia la concatenazione della legge della dipendenza: “In effetti, dalla volontà perversa è stata fatta la libidine e, mentre si è schiavi della libidine, si è consolidata una consuetudine, e mentre non si pone resistenza alla consuetudine è stata fatta la necessità. Questa dura schiavitù mi teneva vincolato” (ivi VIII,5.10). Agostino accetta di confrontarsi nel suo animo con la sua reale situazione. E lo fa attraverso un’accurata introspezione. Avverte nel profondo del suo io la presenza di due volontà: una vecchia che, nel tiro alla fune, non voleva cedere, benché avesse perduto forze, e l’altra nuova, ancora alquanto debole. Queste due volontà tra loro in conflitto distoglievano l’animo di Agostino da ciò che è importante come valore umanizzante; lo distraevano e lo dissipavano. In concreto, lo tenevano in scacco matto (Cfr. ibidem). La liberazione dalla mondanità, ormai radicata nel profondo delle sue viscere, consolidata in lui come un fardello (“sarcina”) e che gli si presentava sempre con le sue dolcezze, era per Agostino un’impresa titanica al limite dell’impossibile. Benché in lui fosse subentrato un certo desiderio di passare dalla parte di Dio, gli accadeva come chi si lascia avvincere dal sonno. La prospettiva di liberarsi dal suo male interiore cominciava ad allettarlo, ma si lasciava vincere dai piaceri della vita. A Dio che nella coscienza lo invitava a risollevarsi, non sapeva rispondere se non: “Ora; ecco, ora; ‘lasciami un pochino’. Ma ‘Ora, ora’, non avevano un’ora e ‘lasciami un pochino’, andava per le lunghe” (ivi VIII,5.12).
+ Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona

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