Ricorda Agostino che fin dalla fanciullezza sapeva fare il segno della croce e custodiva in cuore una certa qual fede in Cristo (cfr. Confessioni I, 11.17). Benché non fosse ancora battezzato, Monica aveva insegnato ad Agostino il segno della croce e qualche tratto di fede cristiana. 
C’è da chiedersi se anche oggi i genitori si premurano di insegnare ai figli almeno a farsi il segno della croce, ad esempio appena svegli o prima dei pasti, spiegandone loro il significato. 
Prosegue gli studi, ma sempre con lo stato d’animo del ribelle: “Non amavo le Lettere e avevo in odio l’esservi costretto” (Ivi I, 12.19). 
Un po’ alla volta, a cominciare dalla seconda fase dei suoi studi a Madaura, corrispondenti alla nostra scuola secondaria di primo grado (scuole medie), si appassionò alla lingua latina, appresa con naturalezza, senza forzature dal parlato in famiglia, tra sorrisi e giochi. Se ne era appassionato al punto da leggere, ovviamente in lingua latina, l’Eneide di Virgilio, e nell’evocare il racconto del cavallo di Troia e della morte di Didone si commuoveva fino alle lacrime (cfr. ibidem). Ne dà la motivazione: “Di qui si evince con sufficienza che nell’apprendimento ha più forza la libera curiosità rispetto ad una meticolosa costrizione” (Ivi I, 14.23). Quanta attualità ha questo principio della pedagogia! Destare la curiosità più che imporre costrizioni, che solo a determinate condizioni hanno efficacia. Da vescovo ripensa a quei momenti della sua fanciullezza nella quale cominciava a prendere coscienza del proprio io. Ed esprime la propria gratitudine a Dio per i doni di cui lo aveva arricchito: “Signore, Dio nostro, a Te grazie, eccellentissimo e ottimo Creatore e reggitore dell’universo, anche se Tu mi avessi voluto soltanto fanciullo. Io infatti già allora ero; vivevo e sentivo ed avevo cura della mia incolumità, vestigio segretissimo dell’unità dalla quale io ero; custodivo nel senso interiore l’integrità dei miei sensi. E negli stessi miei piccoli pensieri e nelle piccole cose mi dilettavo. Non volevo essere ingannato. Avevo una memoria vigorosa. Venivo istruito nell’arte del parlare. Mi lasciavo dilettare dall’amicizia. Fuggivo il dolore, l’abiezione, l’ignoranza. Queste cose non me le sono date da me stesso; e sono beni e tutti questi beni sono io. Buono è pertanto Colui che ha fatto me, e proprio Lui è il mio bene” (Ivi I, 20.31). La prima significativa e determinante scoperta che avviene durante la fanciullezza, è quella del proprio “io”, cioè della propria identità personale, inconfondibile e non clonabile e dei talenti di cui una persona è dotata da Dio, come l’intelligenza, la memoria, la capacità di parlare, il desiderio della verità, con l’aiuto dei genitori e dei docenti. 
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona

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