Avventuriamoci, dunque, nella conoscenza di sant’Agostino, per cogliere da lui i messaggi che riserva per il mondo di oggi. A cominciare da quelli contenuti nella sua vita, prima e dopo la sua conversione. Agostino è nato il 13 novembre del 354 a Tagaste, nella Numidia, oggi Algeria. Suo padre, Patrizio, era un piccolo proprietario terriero. Pagano. Sua madre, Monica, era una fervente cattolica. Agostino aveva un fratello, Navigio, e una sorella, di cui mai viene riportato il nome. All’inizio delle sue Confessioni Agostino segnala il suo passaggio dalla fase dell’infanzia a quella della fanciullezza: “Io infatti non ero più un infante, incapace (cioè) di parlare, ma ormai ero un fanciullo che sapeva parlare” (Conf. I,8.13), benché avesse dato dei segni di saper interloquire con le persone già verso la fine dell’infanzia: “Infatti io ero e anche allora vivevo e già alla fine dell’infanzia cercavo dei segni con i quali rendere noti agli altri i miei sentimenti” (Ivi I,6.9).
Il passaggio dall’infanzia alla fanciullezza solitamente segnala anche il passaggio alla memorizzazione dei fatti accaduti e alla effettiva relazione interpersonale. Quale risonanza hanno nella memoria del cuore dei genitori i primi discorsi di un figlio? Quale effetto fa nell’animo di un fanciullo prendere coscienza di aver superato lo spartiacque tra infanzia e fanciullezza proprio nell’essere in grado di relazionarsi anche verbalmente con le persone, con le quali si interseca ogni giorno?
Divenuto fanciullo, Agostino non solo sapeva parlare, ma dava già segni di una intelligenza fuori del normale. Se ne avvide suo padre, Patrizio. Orgoglioso di lui, sognava di farne un retore, cioè un avvocato. Pertanto, a sue proprie spese, lo mandò a Madaura ad apprendere le Lettere, benché “io ignorassi di quale utilità potessero essere” (Ivi I,9.14).
Quanto anche oggi i genitori sognano un futuro di prestigio per i loro figli e quanti sacrifici sono disposti a fare perché raggiungano i loro obiettivi!
A scuola eccelleva, poiché, come scriverà nelle Confessioni ormai già divenuto Vescovo: “Non mi mancavano, Signore, memoria e ingegno, dote che tu hai voluto che io avessi in abbondanza per quella età” (Ivi I,9.15; cfr. anche I,20.31). 
La pedagogia, in quanto arte dell’educare i fanciulli, insegna l’importanza di far loro prendere coscienza delle proprie capacità di memoria e di ingegno, cioè razionali, dalle potenzialità sconfinate. Quantomeno si sentiranno stimolati a superare la tendenza alla pigrizia.
+ Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona

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