Agostino stava insegnando retorica a Cartagine. Sennonché gli alunni erano scatenati: “A Cartagine la licenziosità degli studenti è turpe e intemperante: irrompevano nelle scuole in modo impudente” (Confessioni V,8.14), anche con atti ingiuriosi. Gli era giunta però all’orecchio la notizia che a Roma gli studenti erano molto più disciplinati: “Là gli adolescenti studiavano con maggior tranquillità e venivano sedati dalla coercizione della disciplina, sicché non facevano irruzione nella scuola di un maestro di cui non si servivano e non lo si permetteva loro se non con il suo consenso” (Ibidem). Gli balenò l’idea di cambiare sede. Agostino decise, pertanto, in cuor suo di lasciare Cartagine e di salpare alla volta di Roma. Lo venne a sapere sua madre che tentò in ogni modo di farlo desistere o, comunque, di accompagnarlo. Trovò una scusa e “mentii a mia madre, a quella madre… Io partii durante quella notte e lei no: rimase a pregare e a piangere… ella impazziva di dolore” (Confessioni V,8.15). Giunto a Roma, fu colpito da una grave malattia, che lo portò fin sulla soglia della morte (Cfr. Ivi V,8.16). Guarì. Ricordando quella guarigione, scriverà: “Avresti potuto Tu (o Dio) disprezzare e rifiutare il tuo aiuto alle lacrime di una donna come questa, che con esse ti chiedeva non oro o argento, ma la salvezza dell’anima di suo figlio?” (Ivi V,9.17). La salvezza dell’anima di suo figlio era la preoccupazione unica di Monica, espressa nella sua preghiera quotidiana. A Roma fu ospite di un simpatizzante manicheo, un uditore pure lui. Sempre più faceva capolino nel suo animo un certo scetticismo di poter trovare la verità. Dentro di lui subentrò un crescente senso di profondo smarrimento. Gli sembrò di essere entrato in un tunnel buio e inquietante, sempre più buio e sempre più inquietante: quella verità che lui cercava con bramosia e che gli sembrava di aver trovato nel Manicheismo era, dunque, pura illusione! Era sconvolto. Come soluzione preferì adagiarsi in una sorta di acquiescenza e di rinuncia alla ricerca della verità, sulla linea dello Scetticismo accademico del greco Carneade, secondo il quale la verità può anche esistere, ma l’uomo non ha a disposizione i mezzi per raggiungerla. Il sapiente, dunque, rinuncia a ricercarla. Vivendo alla giornata: “Mi era sorto anche il pensiero che più sapienti degli altri fossero i filosofi detti Accademici, in quanto avevano stabilito che bisogna dubitare di ogni cosa e che avevano decretato che dall’uomo non può essere conosciuta nessuna verità” (Ivi V,10.19).
† Giuseppe Zenti
Da Cartagine a Roma