Agostino si sentiva sotto la pressione della sua consuetudine di fruire delle cose del mondo e in particolare della libidine sessuale. Un po’ alla volta, però, avverte che la forza dell’abitudine si sta attenuando, grazie al fatto di aver preso seriamente in considerazione la conversione. La continenza stessa gli appare con il volto sereno di tanti fanciulli, giovani, gente di ogni età. Gli sorrideva e lo sfidava: “Se questi e queste ne sono stati capaci, perché tu no?”. Nel suo animo provava vergogna di non essere all’altezza di persone senza carriera e onorificenze: “Ciò che l’abitudine mi diceva si faceva sentire assai moderatamente. Da quella parte dove avevo volto il viso e per dove trepidavo di passare mi apriva la finestra la casta dignità della continenza, serena e contenta senza dissolutezza, che mi blandiva con onestà a venire e a non dubitare. Lì tanti fanciulli e fanciulle, lì numerosa gioventù e ogni età… E la continenza mi sorrideva con un sorriso da esortazione, quasi mi dicesse: ‘Tu non potrai ciò che questi e queste? Gettati in Lui, ti accoglierà e ti risanerà’. E mi vergognavo molto. Questa controversia nel mio cuore non era causata se non da me stesso contro me stesso” (Confessioni VIII,11.27). Agostino prende coscienza della sua condizione interiore di fragilità. E ne prova vergogna. Sfigura ai suoi stessi occhi persino di fronte a donne e bambini che si sono dimostrati così forti da affrontare il martirio. Il confronto, pur umiliante, gli giovò come uno scuotimento dallo stato di assopimento. Gli è bastato aver avuto il coraggio di guardarsi dentro con verità, senza tentativi di autogiustificazione, e il muro ormai fatiscente delle vecchie abitudini morali si stava sgretolando. Alla conversione mancavano solo pochi passi. Agostino si trovava a Cassiciaco, ospite di un suo amico, il ricco Verecondo. Nelle Confessioni confida il momento in cui un giorno si è trovato all’ingresso del parco. In compagnia di Alipio. Ormai nel suo animo lo scontro tra le due volontà, come tra il fronte freddo e quello caldo atmosferico, produce lo scoppio di una “violenta tempesta”. Si allontana con uno scatto da Alipio. Si getta a terra sotto un fico. Scoppia in pianto dirotto. Queste le sue parole: “Da una arcana profondità scoppiò in me una violenta tempesta che portava una ingente pioggia di lacrime. Mi allontanai da Alipio (dall’ingresso del parco di Cassiciaco). Mi gettai a terra sotto un albero di fico; sciolsi le briglie alle lacrime e proruppero i fiumi dei miei occhi, sacrificio a te gradito. Lanciavo grida miserabili: ‘Fino a quando, fino a quando (dirò) domani, domani? Perché non ora? Perché non mettere fine in quest’ora alla mia turpitudine?’” (Ivi VIII,12.28).
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona