Nel vortice della disperazione di non riuscire a trovare la verità, Agostino provvidenzialmente lesse alcuni scritti dei Platonici, Plotino e Porfirio. Gli squarciarono le dense nubi della sua mente. Riuscirono a convincerlo soprattutto della trascendenza di Dio e, dunque, dell’esistenza della Verità (Cfr. Confessioni VII,9.15), benché non si facesse parola del Mistero Pasquale.
Proprio dalla lettura dei Platonici Agostino si sentì ammonito a rientrare in se stesso. Annota: “Entrai e vidi con l’occhio della mia anima, sopra la mia intelligenza, una Luce immutabile. Non era questa luce consueta e visibile ad ogni carne, né era del medesimo genere ma più grande, come se questa molto e molto più chiaramente brillasse e occupasse tutta la grandezza. Non questo era quella luce, ma altro, molto altro rispetto a tutte queste cose. Né era sopra la mia mente come l’olio sopra l’acqua né come il cielo sopra la terra, ma era superiore, perché proprio essa ha fatto me ed io sono ad essa inferiore, perché da essa sono stato fatto. Chi conosce la verità, conosce essa, e chi la conosce, conosce l’eternità. L’Amore la conosce. O eterna verità e vero amore e cara eternità. Tu sei il mio Dio. A te sospiro giorno e notte... Mi sembrava di udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei grandi. Cresci e mangerai di me. E non sarai tu a trasformare me in te come il cibo della tua carne, ma tu sarai trasformato in me»” (ivi VII,10.16). In questo tempo della sua vita Agostino elabora parecchie riflessioni, che fanno parte della narrazione delle vicende della sua anima: il rapporto tra il Creatore e le creature, il problema del male... Da vescovo, mentre scriveva le Confessioni, Agostino ha il coraggio di riconoscere l’ostacolo insormontabile che gli impediva di accogliere nel suo cuore Gesù Cristo come radicale soluzione di tutti i suoi problemi, cioè la superbia: “Io non potevo possedere l’umile mio Dio Gesù, in quanto non ero umile e non potevo conoscere di che cosa fosse maestra la sua infermità. Il Tuo Verbo infatti, l’eterna verità, che sta al di sopra delle parti più alte della tua creatura eleva fino a sé coloro che gli si sottomettono” (ivi VII,18.24). Del resto, proprio quell’umiltà era velata anche ai Platonici, dai quali pure aveva appreso soprattutto il senso della trascendenza: “Quando mai quei libri avrebbero potuto insegnarmi quell’umiltà?” (ivi VII, 20.26). Cominciò ad apprenderla, invece dalla lettura delle Lettere di Paolo, dove trova molti riferimenti all’umiltà di Cristo, mentre “nessuno in quei libri si degna di imparare da Lui che Egli è mite e umile di cuore” (ivi VII,21.27).
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona