Siamo giunti al canto XIV del Paradiso. Dal cielo del Sole, con Beatrice Dante sale al cielo di Marte, dove sono ospiti i martiri della fede in Cristo. Il poeta avverte di essere salito su Marte appunto per il suo colore rosso. Nel cielo di Marte domina una grande croce greca, formata da due aste luminose, sulla quale “lampeggiava Cristo”. E Dante riconosce che in quel momento la sua mente superava la memoria, sicché la memoria stessa non riuscì a trattenere dentro di sé come avrebbe dovuto l’evento sperimentato: “Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; / chè ’n quella croce lampeggiava Cristo”. Che significa, infatti, “lampeggiava Cristo”? Dante si scusa del fatto di non riuscir a dire di più e avverte i lettori che solamente chi è davvero un autentico cristiano, che ha sperimentato che cosa vuol dire portare la croce con Gesù Cristo, ne può cogliere il senso profondo metaforico: “sì ch’io non so trovare esempio degno; / ma chi prende sua croce e segue Cristo, / ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, / vedendo in quell’albor balenar Cristo”. Come a dire che il senso luminoso della Croce, che contiene in sé il valore della crocifissione e anche quello della risurrezione, è comprensibile non a livello intellettuale, ma esistenziale. La luminosità delle due braccia della Croce era data da una infinità di spiriti, tale da dare a Dante la sensazione della galassia, cioè della Via Lattea. Dagli spiriti luminosi esce un inno, di cui Dante coglie solamente due parole: “Risorgi, vinci”. Ma già da queste sole parole, Dante capisce che si tratta di un inno di lode a Cristo. Il canto era accompagnato da una dolcissima melodia data da strumenti musicali quali l’arpa e la giga (una sorta di violino di quel tempo). Dante rimane rapito e come incatenato da quella melodia: “Io m’innamorava tanto quinci, / che ’n fino a lì non fu alcuna cosa / che mi legasse con sì dolci vinci”.
Cogliamo ora due messaggi. Il primo riguarda il mistero della Croce. Solo chi la vive nella sua carne ne comprende il valore salvifico, intravedendo la luminosità della risurrezione che sta sul suo orizzonte. Il secondo riguarda la musica. Quella udita da Dante era celestiale e gli riempiva l’animo. C’è il fondato motivo di ritenere tanta della musica di oggi, alquanto fracassona e scatenata, predisposta più a sconvolgere le viscere che a ristorare l’animo. Per fortuna non tutta.