“Li occhi da Dio diletti e venerati”, cioè gli occhi di Maria “all’eterno lume si drizzaro”, si volsero decisamente a Dio, eterna Luce di Verità. San Bernardo si rivolge a Dante per sollecitarlo a guardare lui pure dove erano fissati gli occhi di Maria. Ma, precisa il poeta, “io era / già per me stesso tal qual ei volea”. Dante non ha più bisogno di aiuti esteriori. Virgilio, Beatrice, san Bernardo hanno assolto al loro compito. Ora Dante si lascia accompagnare solo dalla Vergine, come suo imitatore nel volgere lo sguardo su Dio “fine di tutti i desii”. Fissa dunque la vista sulla Luce eterna e nel fissarla si intensifica la capacità di vedere: “ché la mia vista, venendo sincera / e più e più intrava per lo raggio / dell’alta luce che da sé è vera”. Da questo momento in poi il poeta fa una esperienza ineffabile e indescrivibile: “Da quinci innanzi il mio veder fu maggio / che ’l parlar nostro, ch’a tal vista cede / e cede la memoria a tanto oltraggio”. Il contraccolpo (“oltraggio”) che ne ha ricevuto gli ha sbiadito la memoria, se non proprio cancellata del tutto. Gli è rimasto nella memoria solo qualche cosa che assomiglia ad un sogno quando ci si risveglia o alla neve che si scioglie al sole o alle foglie al vento delle sentenze della Sibilla. Fu tale il contraccolpo della Luce eterna che si sarebbe di certo smarrito se nel suo animo non si fosse trovato già in sintonia con quella luce di verità. Sempre più rafforzato nella vista della fede “i’ giunsi / l’aspetto mio col Valore infinito”. Finalmente la sua vista, giunta alla sua massima intensità, raggiunge “il Valore infinito”, cioè l’Assoluto di Bene. In essa Dante sperimenta la conoscenza di ogni cosa, delle sostanze e degli accidenti e come sono tra loro connesse. E non riesce più a distaccare la sua vista da quella luce: “Così la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta, / e sempre di mirar faciesi accesa”. Intravvede qualche cosa che assomiglia ad un arcobaleno, con tre colori di cui uno color “foco”, cioè lo Spirito Santo. Ecco come Dante rappresenta la Trinità: “O luce eterna che sola in te sidi / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!”. Dio sussistente! Dio Padre come mente (intendente) e Dio Figlio come pensiero (intelletta) e Dio Spirito Santo come amore e sorriso, cioè il sorriso dell’Amore tra il Padre e il Figlio (“t’ami e arridi!”).
Proprio in coincidenza con la solennità della Pentecoste, la Provvidenza ci ha fatto incontrare questi versi del canto XXXIII del Paradiso: lo Spirito Santo come il sorriso di Amore del Padre e del Figlio. Si sente l’eco di sant’Agostino che definisce lo Spirito Santo “l’abbraccio del Padre e del Figlio!”.