Era l’ora in cui le stelle, al sopraggiungere della luce del sole, scompaiono. Così scompaiono i cori angelici. Dante vede Beatrice così splendida, nel suo volto e nel suo sorriso, che riconosce di non essere più in grado di aggiungere qualche tratto a ciò che ha già espresso. Beatrice trascende in bellezza ogni possibilità di descrizione. Solo Dio, che ne è l’artefice, la può godere. Beatrice avverte Dante di essere passato dal cielo Cristallino all’Empireo (canto XXX del Paradiso), cioè, come precisa Dante nella sua epistola a Cangrande, nel cielo che brucia di fuoco, cioè di ardore di carità: “pura luce piena d’amore”. Nel primo impatto, però, Dante ancora non vede la vera configurazione dell’Empireo. Abbagliato, infatti, dalla luce dell’Empireo, si è trovato in una condizione simile a chi ha le cateratte agli occhi: vede tutto sfocato. Vede una gran luce sotto forma di fiume fluente: “E vidi lume in forma di rivera”. Sulle sue rive fiori profumati e dentro come delle faville color rubino. Poi, rafforzatasi la capacità visiva, con il beneficio della spiegazione di Beatrice, avverte che sono immagini delle realtà, che tra poco potrà vedere. E come il bambino appena sveglio si tuffa tra le poppe della madre per succhiare il latte, così Dante si è tuffato in quella luce. E, tuffandosi in essa, acquista nuova capacità visiva. Il fiume luminoso gli appare come un cerchio e le figure si smascherano. Sono gli Angeli e i Beati con il corpo da risorti. Proprio specchiato nelle acque del lago circolare vede appunto l’Empireo, con i suoi più di mille gradini (Evocati, forse, dai gradoni dell’Arena!): “… così mi parve / di sua lunghezza divenuta tonda … / quanta è la larghezza / di questa rosa nell’estreme foglie … / vidi specchiarsi in più di mille soglie”. L’impressione generale che ne ebbe Dante è quella di una rosa. Sconfinata. “Gerusalemme celeste”, la definisce Beatrice a Dante. Gli scanni sono quasi al completo. Manca, tuttavia, soprattutto quello riservato ad Arrigo VII, osteggiato ancora in terra, a causa della cieca cupidigia.
Rileviamo due cenni di riflessione. Dante sperimenta i suoi stessi limiti di scrittore nel descrivere la bellezza e il sorriso sempre crescenti di Beatrice. Certi aspetti dell’essere umano sono inesprimibili, perché appartengono al suo mistero, a quella dimensione cioè del suo essere che non è soggetto al fenomeno, ma lo trascende. Nel contempo, testimonia un dato significativo: il passaggio sul piano del pensiero stesso tra la fase di fuori focus alla fase di piena luce, raggiunta con la pazienza di lasciarsi immergere nella luce della verità.
† Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona