Stiamo volgendo alla conclusione, cioè al vertice della Divina Commedia. Tutto il canto XXXIII del Paradiso, sul quale già ci siamo soffermati, è la vera password interpretativa dell’intera Divina Commedia. Come a dire che il viaggio, lungo e laborioso compiuto poeticamente da Dante in circa 10 anni attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso mira al suo obiettivo, “il fine di tutti i desii, il Valore infinito, la luce eterna”, cioè Dio Mistero di Amore trinitario, accompagnato dalla Vergine. Fondamentalmente due verbi sintetizzano l’esperienza apicale di Dante: vedere e immergersi. Anzitutto, “vedere”, soprattutto nella sua espressione più intensa, “mirare”. In sintonia con la Vergine, Dante rivolge gli occhi verso il Mistero trinitario che gli appare come un arcobaleno di tre giri: l’Unità e la Trinità di Dio! In quel Mistero scorge, come su un quaderno che gli si apre davanti, la complessità dell’universo, delle forme e degli accidenti. Ma poi è attratto dal cerchio dell’arcobaleno che “come iri da iri”, rappresenta il Figlio fatto uomo: “mi parve pinta della nostra effige”. E si domanda perplesso come sia possibile unire la natura divina con la natura umana nell’unica persona divina del Figlio. Accetta adorante il Mistero dell’Incarnazione, riconoscendo l’insufficienza della sua mente a spiegarne il senso: “ma non eran da ciò le proprie penne”. Ed ecco il secondo verbo: immergersi. Dante ha fatto l’esperienza mistica di Dio Mistero di Amore trinitario: “se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne”. Dante è immerso in questa Luce, come colpito da una folgore. Si è trattato di una esperienza intraducibile a qualsiasi fantasia poetica: “All’alta fantasia qui mancò possa”. Ma Dante ha ormai raggiunto il fine del suo viaggio: sintonizzarsi, sentimenti e volontà, con l’Amore di Dio: “ma già volgeva il mio desio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amore che move il sole e l’altre stelle”. Dante, però, non si appaga di aver fatto una così singolare esperienza personale. Desidera comunicarne almeno l’eco all’umanità, perché sia a tutti di giovamento: “O somma luce che tanto ti levi / da’ concetti mortali alla mia mente / ripresta un poco di quel che parevi, / e fa la lingua mia tanto possente, / ch’una favilla sol della tua gloria / possa lasciare alla futura gente”. Concludiamo così il nostro itinerario con Dante, tenendo davanti agli occhi della mente e del cuore il suo fulcro, cioè il Mistero dell’Amore trinitario, sempre da conoscere, riconoscere e vivere, in felice coincidenza con la solennità della Santissima Trinità.
+ Giuseppe Zenti
Vescovo emerito di Verona

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