Al cielo ottavo del Paradiso, il cielo delle stelle fisse, o cielo stellifero, Dante dedica ben quattro canti, oltre a una premessa e una conclusione. Dante, sperimentando la gioia di quanto sta vivendo, auspica di poter ritornarvi dopo la vita terrena: “S’io torni mai, lettore, a quel divoto / triunfo per lo quale io piango spesso / le mie peccata e ’l petto mi percuoto”. Dante ha percepito tale intensità di gioia nel trovarsi poeticamente nell’ottavo cielo, che per tutto il resto della sua vita vi fu proteso, purificandosi nel frattempo da ogni colpa. Di lassù, su invito di Beatrice, ha fatto due esperienze. La prima: con la brevità di un lampo, o meglio, del tempo che intercorre tra il mettere un dito nel fuoco e il ritirarlo, poté scorgere persino la costellazione dei Gemelli, che spande il suo influsso sui geni, tra cui quello di Dante nato nel mese di maggio, il mese appunto dei Gemelli: “Tu non avresti in tanto tratto e messo / nel foco il dito, in quant’io vidi ’l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno”. Sintonizzato anche Dante con tutta la cultura del suo tempo, crede nell’influsso delle stelle. Per lui, l’influsso benefico della costellazione dei Gemelli che domina il mese di maggio, il mese della sua nascita. A quella costellazione attribuisce un particolare influsso sulle potenzialità geniali della mente umana, di cui, pur con una certa larvata modestia, riconosce di essere stato dotato. Ma l’esperienza non meno forte e persino sconvolgente fatta poeticamente da Dante dall’alto dell’ottavo cielo riguarda la terra. Sollecitato da Beatrice proietta il suo sguardo giù giù. E laggiù scorge la terra. Ne dà la più bella definizione che si possa ipotizzare: “aiuola!”. Dio infatti l’ha creata “aiuola”. L’uomo invece ne ha fatto un bene da predare: “Rimira in giù e vedi quanto mondo / sotto li piedi già esser ti fei… / L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgendom’io con li eterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli alle foci”.
Riserviamo una riflessione almeno su questi ultimi versi. La terra che Dio ha creato come una aiuola, l’uomo la sta distruggendo, a causa della sua avidità. La sta depredando come una belva feroce. Invasioni, guerre e ingiustizie palesi non si contano a tal fine. Unico rimedio: l’ecologia dello spirito che ci sintonizza con i progetti di Dio sulla sua Creazione. A cominciare dai capi di Stato.