Dal cielo di Marte, rosso, Dante sale a quello di Giove con il suo biancore. Vi dedica due canti, il XIX e il XX del Paradiso. Lo popolano gli uomini che hanno praticato la giustizia ed ora la vedono in Dio e dunque possono svelarne il mistero in Dio anche a Dante, che ne è curioso. I Beati intuiscono le obiezioni di Dante e desiderano sciogliere i suoi dubbi. Si sono disposti a forma d’aquila. Attraverso l’aquila precisano che ogni creatura è inferiore al suo Creatore, mentre Satana era impaziente di essere come Dio e, dunque, precipitò nell’Inferno. In realtà, ogni uomo è come un piccolo vaso, incapace di contenere Dio, il bene infinito che è misura solo di sé stesso. I mortali riescono a conoscere la giustizia di Dio come l’occhio in alto mare i fondali del mare: riesce a intravvedere solo qualche cosa, in modo torbido. Dante trattiene dentro di sé una domanda impegnativa, ma l’aquila la intercetta: “Che colpa ha uno se nasce in India e non viene battezzato e, dunque, non si salva?”. Prima risposta: non presumere di giudicare l’operato di Dio con la tua vista da miope: “Or tu chi se’ che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna?”. Seconda risposta: la giustizia di Dio valuta non la fede battesimale anagrafica, ma quella di fatto vissuta: condannerà cioè i battezzati che hanno vissuto da pagani, fossero pure re cattolici, e salverà i pagani che si sono comportati con giustizia, poiché il Regno dei Cieli si lascia vincere dall’amore e dalla speranza: “Regnum coelorum violenza pate / da caldo amore e da viva speranza, / che vince la divina volontate”. In effetti, la divina benevolenza vince proprio nel lasciarsi vincere dall’amore e dalla speranza: “vince lei perché vuole esser vinta, / e, vinta, vince con sua benianza”. Ecco il senso della predestinazione di Dio: Dio salva tutti e solo coloro che vogliono essere salvati, praticando ciò che è giusto agli occhi di Dio. I Beati si definiscono tali proprio nel conformarsi al volere di Dio: “quel che vole Dio, e noi volemo”.
Raccogliamo due stimolazioni. Dante si chiede, e noi con lui, come può l’uomo presumere di farsi giudice dell’operato di Dio, soprattutto nell’ambito della salvezza eterna. Dio non predestina nessuno alla salvezza o alla dannazione eterna. Vuole salvare tutti, ma di fatto salva, cioè destina alla salvezza, solo coloro che si lasciano salvare. Dante poi invita tutti a sintonizzarsi con il volere di Dio, condizione unica per giungere alla salvezza.