In questi giorni risuona martellante la parola conversione. Il cristiano si domanda da che cosa questo tempo debba convertirsi per essere salvato. Perché la difficoltà, se non ci si vuole ridurre a proclamare luoghi comuni teologici, è quella di dare un volto storico al concetto di salvezza. Solo guardando in faccia la realtà, è possibile avere anche la percezione di quali siano le paralisi che ci bloccano e che domandano d’essere guarite. Penso che potremmo fermarci a riflettere su almeno due patologie che ci mortificano.La prima riguarda il senso del peccato. Estromesso nel linguaggio popolare, soprattutto banalizzato come cosa da preti e quindi associato all’idea di moralismo. Diceva Oscar Wilde: «A tutto so resistere tranne che alla tentazione». A tanta filosofia esistenziale, oggi si risponde con il vissuto. Trasgressivo, libertino, individualista… e soprattutto compiaciuto. Del resto cosa mai potremmo pretendere quando basta un’isola (in senso reale) e qualche canna (e non siamo al bambù) per garantire successo, denaro e visibilità? Abbiamo buttato fuori dalla scena il peccato. Solo che ce ne siamo liberati nel pensiero e nel senso di colpa, ma non nella realtà, che persiste galoppante con tutti i suoi effetti devastanti. Il peccato, ovvero il bene e il male, continua imperterrito il suo corso, lasciando tracce indelebili. È da tempo che abbiamo abolito i confessionali, luoghi dove si dovrebbe rendere conto dei fatti propri, ad un altro (minuscolo) così come la pensano in molti. In compenso abbiamo installato i nuovi confessionali, quelli moderni. Talk show, Strisce e Iene varie, ispirati al giustizialismo in diretta, dove si va in cerca dei peccati altrui, per metterli alla gogna; ma guardandosi bene dallo stigmatizzare la cultura che li genera.Ed è sempre dentro una certa cultura che dobbiamo andare a investigare per scoprire da cosa dobbiamo ancora essere salvati. Penso alla spavalda disinvoltura con cui abbiamo perso per strada la concezione sacra della creatura, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Affermazione che solo apparentemente potrebbe sembrare teologica e disincarnata. Invece è proprio dentro questo principio che sta il più grande realismo possibile. Non per nulla, un tempo si diceva che se cade Dio, cade anche l’uomo. Ed è quello che sta accadendo. È un dato di fatto che una visione tecnico-scientifica della vita ha fatto scomparire l’orizzonte cristiano che stava a fondamento non solo del rispetto della persona, ma anche della sua libertà e di quei principi di democrazia che si vorrebbero rigorosamente laici, alla scuola di Voltaire, ma che di fatto attingono direttamente al pensiero giudaico-cristiano. La lettura tecnico-scientifica non riguarda soltanto la bioetica, ma prima ancora le relazioni di tutti i giorni imprigionate in quella visione utilitaristica, per cui si vale se si è piacenti, efficienti e concludenti.La cronaca televisiva vive ormai di rendita sullo spettacolo di queste macerie, senza mai interrogarsi sul perché.