La giustizia piena ci auguriamo (e preghiamo) che Giulio Regeni l’abbia già trovata tra le braccia del Giudice eterno e misericordioso. La giustizia umana (pur con tutti i suoi limiti) l’ha trovata in questi giorni pure la famiglia. Dopo oltre 10 anni un processo ha emesso una sentenza e un passo di giustizia è stato fatto.
Tra tante pagine orrende, proprio i familiari si meritano almeno alcune righe. La geografia ci parla di Fiumicello Villa Vicentina, in provincia di Udine: qui hanno trovato casa Paola Deffendi, classe 1957, maestra della scuola d’infanzia, e il marito Claudio Regeni, 6 anni in più, rappresentante di commercio. Dal loro amore nascono Giulio, il 15 gennaio 1988, e dopo 4 anni Irene: il primo da subito votato alle materie umanistiche, lei da sempre amante della scienza, passione che le vale oggi un’importante carriera accademica nel settore.
Giulio è uscito di casa a 17 anni inseguendo i suoi sogni: dopo aver frequentato i primi anni di scuola superiore a Trieste, vinse una borsa di studio internazionale che lo portò a trasferirsi a Montezuma, nel New Mexico (Stati Uniti d’America); qui frequenta il college biennale fondato da Armand Hammer (1898-1990), imprenditore e filantropo statunitense, che ha costruito una rete internazionale di scuole con l’obiettivo di usare l’educazione come strumento di pace e comprensione tra i popoli. Giulio non poteva trovare di meglio per i suoi valori e al termine di quel percorso scolastico, definendosi ormai “cittadino del mondo” ha proseguito il suo brillante percorso accademico e lavorativo all’estero, spostandosi tra il Regno Unito (le università di Leeds e Cambridge), Vienna e infine Il Cairo.
I genitori sono rimasti costanti ad accompagnarlo da lontano, la sorella ad accontentarsi di qualche videochiamata.
Il 25 gennaio 2016 li raggiunge la notizia del rapimento a Il Cairo; il 3 febbraio il ritrovamento del corpo martoriato senza vita nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Alla mamma toccò il riconoscimento che disse possibile solo grazie alla punta del naso.
Da allora, come figli della loro terra friulana, sono stati un esempio di dignità, ma anche di tenacia. Al loro fianco il “popolo giallo” che si è ritrovato dietro quell’appello alla verità lanciato da Amnesty International Italia. Questa prima sentenza non lo riporta indietro alla famiglia, ma come ha detto a loro nome l’avvocata Alessandra Ballerini «è un presidio per tutti i Giuli e le Giulie del mondo».