“Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”: questa citazione di Etty Hillesum è stata proposta dal vescovo Domenico Pompili nella riflessione durante la Veglia di preghiera per il superamento di ogni discriminazione che si è tenuta lo scorso 4 giugno, avendo a cuore  – come spiegato dagli organizzatori – “ogni persona discriminata per il suo orientamento sessuale, l’identità di genere, la provenienza, la fede, l’aspetto fisico o per disabilità”.
Ester-Etty, nata nel 1914 in Olanda in una famiglia ebrea non praticante, era una giovane donna colta, curiosa, di forte capacità introspettiva e molto irrequieta, in quanto sentiva dentro di sé un desiderio “quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno” che la portò a confrontarsi anche con il NuovoTestamento.
Davanti alla repressione nazista verso gli ebrei, scelse di rimanere al fianco del suo popolo, internata nel campo di smistamento di Westerbork, per molti e anche per lei ultima tappa prima di Auschwitz, dove morì. In quella situazione così violenta si distinse per tanti piccoli gesti di cura e annotò sul suo Diario come non c’è mai nessun motivo per scegliere l’odio – “la strada più corta e a buon mercato” – neanche quando esso si affaccia nel cuore della persona, pure con fondati motivi. Aggiunse: “Credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto”. 
In un contesto molto diverso da allora, che rischia però di essere incendiato dal fuoco delle polarizzazioni e della paura, mons. Pompili ha ricordato: «Nel cristianesimo non esiste il diritto a odiare qualcuno». 
Un messaggio forte negli stessi giorni in cui il Rapporto 2026 di Ecri (Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza) osserva “allarmanti livelli di discorso d’odio e la sua crescente banalizzazione in tutta Europa”. Vittime, in particolare, rom ed ebrei, stranieri e transessuali, musulmani e cristiani. Le principali colpe sembrano essere di politici e operatori della comunicazione; per questo, Bertil Cottier (presidente Ecri) li ha spronati a «prendere piena consapevolezza del loro ruolo e delle loro responsabilità, ripudiare il discorso d’odio e promuovere narrative inclusive». Questo clima porta grande danno ai singoli, ma anche alla democrazia tutta, perché le persone che si sentono in pericolo tendono a ritirarsi dalla vita pubblica. 

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