“Non rassegniamoci alla guerra”: con la voce di papa Francesco in una delle sue frasi-manifesto si è conclusa l’esibizione di Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso nella serata cover di Sanremo 2026. Il rapper e paroliere famoso per i suoi occhiali da sole sempre indossati, ha voluto ancora una volta provocare, caratteristica distintiva della sua carriera e dei suoi successi: ha messo insieme, infatti, Pupo – molto discusso per aver continuato ad esibirsi in Russia e per aver espresso posizioni filo-putiniane – a cantare in modo quasi ossessivo parte del suo successo Su di noi; l’ha alternato rappando lui stesso alcuni passaggi de Le Déserteur (Il Disertore), celebre canzone di Boris Vian (1920-1959) scritta nel 1954 e ripresa poi da vari musicisti, per lanciare messaggi pacifisti; ha incluso la melodia ebraica di Gam Gam scritta daElie Botbol (1954-2018) nel 1979 sul Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”); a fare da sottofondo la tromba di Bosso che da sempre ama mettere insieme mondi musicali apparentemente molto distanti; prima del gran finale, un’altra citazione, presa questa volta da Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin.
Un’armonia che nasce da elementi molto diversi, che sicuramente avrebbe fatto piacere al Pontefice argentino che nella Messa conclusiva della storica visita a Verona il 18 maggio 2024, aveva proposto proprio l’armonia come contraria alla tranquillità stagnante, negazione di una uniformità sterile, scelta coraggiosa che chiama a decisioni concrete, antidoto alla guerra.
Tutto questo prende ancora più significato pensando che proprio nei giorni di Sanremo è scoppiata la guerra in Medio Oriente ma anche tra Pakistan e Afghanistan, senza contare la rielezione (se così si può dire) di Kim Jong-un in Corea del Nord che, come prima cosa, ha minacciato Corea del Sud e Stati Uniti d’America.
PapaLeone XIV ha affermato nell’Angelus di domenica 1° marzo: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte».
Molto in continuità con quello che il predecessore aveva detto ai movimenti popolari nella visita veronese: «La pace non sarà mai frutto della diffidenza, frutto dei muri, delle armi puntate gli uni contro gli altri. Le nostre civiltà in questo momento stanno seminando, distruzione, paura».
Per entrambi le uniche vie possibili sono quelle della diplomazia (dall’alto) e dell’impegno degli artigiani di pace (dal basso) che mai come ora sono chiamati ad essere attivi contro violenti e indifferenti.