Nella nona bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno, Dante vede corpi continuamente fatti a pezzi: i dannati camminano in cerchio lungo la bolgia, ad ogni giro incontrano un diavolo armato di spada che li colpisce brutalmente, fino a mozzare arti e tagliare teste. Siamo nel Canto XXVIII dell’Inferno e siamo davanti a una delle più cruente condanne, pensate sempre seguendo la logica del contrappasso. A subirla sono i seminatori di discordia, primi tra tutti gli scismatici, che in vita hanno diviso, lacerato e separato ciò che doveva rimanere unito. Si può discutere dell’immagine e della dannazione, ma di certo non si può sminuire la gravità della situazione, anche davanti alle ultime scelte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, su cui torniamo a pagina 4.
L’unità è per la Chiesa cattolica: la caratteristica fondamentale di Dio, Uno e Trino, e Suo dono grande; la testimonianza più profetica e allo stesso tempo credibile per il mondo, sempre alle prese con lacerazioni; l’origine, lo stile e il fine della sua missione (mentre il nemico è, di nome e di fatto, il divisore). Per unione non si intende omologazione – lo ha ricordato anche papa Francesco nella visita a Verona del 18 maggio 2024 –, ma questo non significa “ognuno faccia come vuole”. È un equilibrio non facile da custodire, soprattutto in un tempo di individualismi non dialoganti, ma è garantito nella Chiesa almeno da due limiti invalicabili che sono l’eresia e lo scisma. La prima, letteralmente “scelta personale”, si può tradurre più prosaicamente come il decidere che il mio modo di pensare (e, di conseguenza, di agire) è migliore di quanto mi è consegnato dalla Chiesa, con la sua Tradizione e il suo Magistero, e creduto dalla comunità. Il secondo è la rottura dell’unità dovuta a motivi disciplinari: un rifiuto dell’autorità rispetto alla quale mi pongo superiore e giudice. La Chiesa ha riconosciuto come “un atto di natura scismatica” (Decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede, del 2 luglio 2026) quanto compiuto dai superiori della Fraternità Sacerdotale San Pio X: a Ecône (Svizzera) il 1° luglio hanno scelto di procedere, nonostante le ammonizioni, alla “consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice” che per loro, pur riconoscendolo, è in errore.
Sono così intercorsi nella scomunica latae sententiae il vescovo consacrante Alfonso De Galarreta, i quattro presbiteri Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, e il vescovo Bernard Fellay che ha partecipato alla celebrazione e “così aderito pubblicamente all’atto scismatico”. La Nota esplicativa dello stesso Dicastero afferma che “i ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X” sono scomunicati, “amministrano illecitamente i sacramenti” e che sono invalidi “il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito”, per i quali non basta solo la potestà d’ordine, ma è necessaria anche quella di governo. Inoltre, sottolinea che sono scismatici e scomunicati i fedeli laici che aderiscono formalmente alla stessa fraternità; conclude evidenziando che “la Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione”.
Questa lacerazione all’unità – a cui, probabilmente seguirà tra pochi giorni pure quella dei Figli del Santissimo Redentore, noti anche come Redentoristi Transalpini –, non è la prima né sarà l’ultima. Non la si può però far semplicemente passare come una cosa che può capitare né relegare a situazione che riguarda pochi aspetti o un gruppo ristretto di persone. Risulta qualcosa di una gravità assoluta e un appello a lavorare per rendere vero quell’atto di fede nell’unità della Chiesa che professiamo nel Credo.
Ci può pure portare a interrogarci sul modo di essere credenti. Una volta qualcuno diceva “Cristo sì, Chiesa no”; ora la sensazione è che ognuno scelga (eresia) cosa prendere di Cristo e si ponga come autorità suprema (scisma) di un cattolicesimo profeticamente già indicato da alcuni come prêt-à-porter, per cui ognuno si fa una fede su misura e selezionando solo ciò che è più comodo e gradito. Così, però, si lacera e si viene lacerati.