Poco più di 100 anni fa si è iniziato a utilizzare l’espressione “influenza spagnola” addossando, di fatto, tutte le colpe ad un popolo che non aveva più responsabilità di altri, anzi. La Spagna, infatti, fu semplicemente la prima nazione a parlare apertamente di questa pandemia perché, in quanto neutrale, era una delle poche non coinvolte nella Prima Guerra mondiale e nelle logiche della comunicazione in epoca di conflitto, con la censura di tutto ciò che può abbassare il morale. I primi focolai furono a migliaia di chilometri di distanza, nei campi di addestramento militare del Kansas (Stati uniti d’America) e da lì la diffusione fu rapida attraverso gli spostamenti delle truppe. Un contagio che influenzò circa 500 milioni di persone e ne ha uccise tra i 20 e i 50 milioni.
D’ora in poi chissà se potremmo parlare di “influenza spagnola” anche riferendoci ad una rinascita della fede cattolica e della sua manifestazione pubblica. I numeri e lo stile della partecipazione popolare al viaggio di papa Leone XIV nelle terre iberiche, infatti, hanno portato nell’orizzonte pubblico un tema che sembrava smarrito. Era da quindici anni che un Pontefice non andava in Spagna: l’ultimo era stato Benedetto XVI e l’immagine simbolo rimasta negli occhi di tutti era la tempesta scesa su di lui e sui giovani della Giornata mondiale della gioventù nella spianata di Cuatro Vientos; sembrava significare la cancellazione ådella Chiesa e, soprattutto, del suo ruolo pubblico, a partire proprio dal Paese che era chiamato “cattolicissimo”. Era ancora presente la memoria ferita della dittatura franchista “all’ombra della croce”; era il periodo dell’entusiasmo (diffuso anche oltre confine) per Zapatero e il suo socialismo; i dati dicevano che dagli anni Novanta al 2010 erano drasticamente calati l’interesse dei giovani, i matrimoni religiosi, le vocazioni di speciale consacrazione.
Le folle di questi giorni sembravano impensabili e sorprendono, almeno chi non ha notato il recente cambiamento: oggi il 45% dei giovani spagnoli (15-29 anni) si identifica come cattolico (31,6% nel 2020); nella sola Catalogna 500 battesimi di adulti nel 2026; centinaia di giovani partecipano settimanalmente alle adorazioni eucaristiche nelle parrocchie di Madrid. Lo chiamano “risveglio della fede”, ma anche rinnovamento: un cristianesimo spirituale non spiritualista, sociale non populista, incarnato non mondano. E sembra che questa nuova influenza spagnola stia già contagiando molti, ovunque.