“Se me nona la gavesse  le rue, la sarìa un caretìn”: è uno dei modi con cui, nelle sue diverse varianti, i nostri antenati evidenziavano l’assurdo di alcune ipotetiche azioni; in epoca di postumanesimo e transumanesimo prende ancora più valore e mette in guardia dal “giocare” con il nostro corpo, anche quando le tecniche lo rendono possibile, l’invadenza tecnologica sembra impercettibile e le motivazioni appaiono ottime.
Un po’ al limite è il caso della crioconservazione degli ovociti: in pratica, si tratta di agire su una donna in età di fertilità massima con stimolazione ormonale, successivo prelievo di alcune cellule germinali e conservazione in vetro a bassissime temperature in laboratorio; se e quando lei lo desidera, in una fase della vita in cui potrebbe essere meno fertile, si andrebbero a scongelare gli ovociti e a farli fecondare dagli spermatozoi nella speranza (ben lontana statisticamente dalla certezza) di dare il via al processo della riproduzione. 
Ad oggi il nostro Servizio sanitario nazionale sostiene interamente le spese quando è un medical freezing ovvero dettato da motivi medici o terapeutici, per preservare una possibilità di maternità a una donna affetta da gravi malattie e che è sottoposta a chemioterapia o radioterapia. Sono totalmente a suo carico, invece, le spese (oscillano nel privato tra i 3mila e i 7mila euro per ciclo) del cosiddetto social freezing, ovvero quando il posticipare la gravidanza è per motivazioni personali e/o lavorative. 
Da più parti in questo periodo si invoca la necessità di concedere a tutte le donne il sostegno necessario per la crioconservazione: qualche decina di milioni di spesa collettiva annua soprattutto per garantire più libertà di carriera e sperare in un aumento della natalità.
Siamo sicuri che sia questo il modo per valorizzare la donna e proporre al meglio la genitorialità (che, tra l’altro, prevede anche un padre)? Credo che esista: il diritto a non volere o a non avere figli; il dovere di non permettersi di giudicare una persona perché non è genitore, spesso con drammi molto profondi; il diritto a provare ad avere figli nell’età migliore da un punto di vista biologico, psicologico e quant’altro; il dovere di politica e società di preoccuparsi di rendere possibile la genitorialità in questi “tempi migliori” più che di rincorrere allungamenti di tempi. 
E aggiungo più in generale: siamo ancora disposti a confrontarci su temi etici o è diventato tabù? Guardando un po’ in giro mi viene il dubbio.

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