“L’ascetica crea non l’uomo ‘buono’ ma l’uomo bello e il tratto distintivo dei santi non è affatto la ‘bontà’, che può essere presente anche in persone carnali e molto peccatrici, bensì la bellezza spirituale, la bellezza accecante della persona luminosa e luciferente, assolutamente inaccessibile all’uomo grossolano e carnale”. Sono parole di Pavel Aleksandrovič Florenskij (1882-1937), che papa Leone evoca – pur non con citazione completa – nel suo primo Messaggio per la giornata mondiale per le vocazioni (26 aprile). Rimandando a pagina 15 per il commento a questo testo, mi lascio comunque interrogare.
Florenskij è considerato uno dei principali pensatori cristiani del XX secolo, ma le sue opere sono uscite dai confini russi molto tardi e, soprattutto, morì fucilato per ordine del regime sovietico l’8 dicembre 1937 dopo anni di prigionia presso le isole Solovki. Passò, quindi, anche lui da quel sistema sovietico di campi di lavoro forzato – il cui famoso acronimo è Gulag – che tra il 1918 e il 1987 “ospitò” 18 milioni di persone (con un picco di circa 2,5 milioni nel 1950): dissidenti politici, “nemici del popolo”, intellettuali, criminali. 
Proprio in questi giorni è uscita la notizia per cui Vladimir Putin – mentre tutti eravamo uniti nell’attaccare Donald Trump – avrebbe fatto chiudere il museo del Gulag e ripristinato i busti di Stalin. Nulla in confronto alla mattanza di giovani ucraini, russi (e non solo) di cui da anni è mandante, ma i simboli portano con sé sempre molti significati.
Per chi conosce la sua storia personale e la sua visione di rifarsi all’Unione Sovietica  tutto appare coerente; pure in Italia alcuni gridano allo scandalo, altri dicono che Putin è l’unica speranza per riportare bellezza in un mondo imbruttito da  un Occidente che sa solo portare imperialismo, egoismi, barbarie e una sorta di nulla cosmico. 
Non mi pare che possa essere Putin o qualche altro di quei tiranni che hanno devastato il mondo (altra recente espressione di Leone) a riportare bellezza a quanto è stato sfigurato da pochi, con la complicità dei molti. Forse è proprio la Chiesa ad essere chiamata prima di tutto a riscoprire la propria bellezza-santità e ad ispirare altri. Benedetto XVI, contemplando il Crocifisso, parlava della bellezza paradossale dell’amore; Francesco di come la Chiesa nella liturgia, nell’evangelizzazione e nel dono risplenda di una bellezza che non può che attrarre; ora Leone ci invita a quella particolare “cura estetica” che è l’ascesi, personale e comunitaria.

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