“Ottanta per i più robusti”: è il numero degli anni a cui poteva ambire una persona secondo il Salmo 90, scritto attorno al 160 a.C. riflettendo a posteriori su ciò che era rimasto della superbia e della tracotanza di vari potenti di allora, tra cui Antioco IV Epifane. Questa cifra dice un limite per l’umano – non per un settimanale come il nostro che quella cifra l’ha da poco superata – che è, in realtà, il suo potere: a differenza di ogni altra realtà è l’unico che ne ha consapevolezza ed è questo che lo rende un “essere superiore”.
Considerare il limite, infatti, secondo il Salmista, rende saggi: egli invita a chiedere a Dio non di essere esonerato dal limite ma di averlo sempre ben presente, di imparare a contare i propri giorni e da lì a discernere le azioni su cui vale la pena impegnarsi; l’empio invece crede di fare molto, ma non lascia traccia. Pochi decenni dopo qualcuno avrebbe messo in confronto il costruire sulla sabbia e sulla roccia. 
Il limite è il fondamento del (vero) potere perché è ciò che apre al desiderio della conoscenza del mondo e della relazione con l’altro; che libera dall’agire per necessità e che fa non essere schiavi della manie di perfezionismo; che permette di scegliere e anche di sbagliare; che fa accettare di non poter fare tutto e di non poter andare bene a tutti; che sa dare valore al quotidiano e guardare con serenità al futuro; che non ha paura di tener conto di ciò che è stato prima e desidera fare i conti con ciò che verrà dopo; che permette di non essere soggiogabili da nessuno. D’altronde, i cristiani credono in un Dio che ha creato ponendo limiti e che ha assunto il limite nell’incarnazione.
Chi non accetta il limite, o è illuso di non averne, non ha alcun vero potere: nonostante si ostini e si impegni a fare tante cose è in balia  dell’ansia, concentrato inevitabilmente e inutilmente solo sull’effimero, naufrago di quella che i greci chiamavano hybris ovvero il grande peccato (in qualche maniera anche l’unico) che è la tracotanza, la superbia orgogliosa che vorrebbe violare ogni limite e ordine, ma che conduce solo alla morte e all’oblio.
Ancor prima del Salmo 90, Sofocle nella tragedia Antigone aveva messo in scena, faccia a faccia, il limite del potere e il potere del limite. Proprio da una lettura teatrale di quest’opera riparte il Festival biblico a Verona (8-10 maggio), in continuità anche con la lettera pastorale Sul limite del vescovo Domenico Pompili. Informazioni sull’evento e sui vari appuntamenti in programma: www.festivalbiblico.it.

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