Un film complesso su potere, responsabilità e fragilità umana

Un film complesso su potere, responsabilità e fragilità umana
Difficile stabilire se la collaborazione tra Paolo Sorrentino e Toni Servillo risponda ancora al proverbio “squadra che vince non si cambia” o se sia semplicemente diventata una cifra riconoscibile del cinema del regista napoletano. Resta però un dato evidente: anche in La grazia, suo ultimo lungometraggio, Servillo è nuovamente al centro della scena con una presenza pienamente funzionale al racconto.
Mariano De Santis è presidente della Repubblica, prossimo all’ingresso nel semestre bianco e chiamato ad affrontare gli ultimi, delicati atti del suo mandato: la firma di una legge sull’eutanasia e la concessione di due grazie, la prima a una donna che ha ucciso il marito dopo anni di maltrattamenti e l’altra a un uomo che ha posto fine alla vita della moglie malata di Alzheimer. Vedovo da otto anni e padre di due figli lontani per scelte di vita, De Santis appare come un uomo profondamente solo, sospeso tra il peso della funzione pubblica e una dimensione privata segnata dal silenzio e dalla memoria.
Presentato in concorso all’82ª Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, La grazia si presenta come un’opera complessa e articolata. Emergono richiami a precedenti lavori di Sorrentino, come Il divo e Loro, ma anche suggestioni più intime che rimandano a Parthenope e È stata la mano di Dio. Elementi onirici e visioni improvvise accompagnano una narrazione che riflette sul potere, sul tempo che passa e sulla paura di scomparire, ponendo al centro dilemmi morali che interrogano non solo il protagonista, ma anche lo spettatore.
Le decisioni che De Santis è chiamato a prendere mettono infatti in luce il peso della responsabilità, il rapporto tra legge e coscienza e la solitudine di chi deve scegliere per altri. Temi complessi, affrontati senza risposte semplici, che invitano a una riflessione sul limite umano e sul valore della vita, anche quando segnata dalla sofferenza. Il presidente diventa così una figura in cui si concentrano molte delle ossessioni del cinema di Sorrentino: il desiderio di leggerezza, la nostalgia, il confronto con l’oblio. La regia e la fotografia, controllate e talvolta quasi geometriche, conferiscono al film un’eleganza formale evidente, sostenuta da una recitazione misurata e composta dell’intero cast, con Servillo protagonista assoluto.
Al di là dei riferimenti alla filmografia precedente del regista, ciò che emerge è una malinconia diffusa, fatta di ricordi, timore di essere dimenticati e bisogno di essere ancora riconosciuti. La grazia è un film che chiede allo spettatore tempo e attenzione, offrendo in cambio un’esperienza contemplativa e una riflessione profonda su potere, responsabilità e fragilità umana.

Tutti i diritti riservati

!w-[42px] !h-[42px]
Sei un abbonato a Verona fedele e desideri consultare il giornale anche via web, sul tuo computer, su tablet o smartphone?
Lo puoi fare in modo rapido e gratuito. Ecco alcuni semplici passaggi per accedere alla tua edizione online e per installare l'App:

w-fullw-full