Ritratto feroce dell’arroganza umana con un Tom Cruise mai visto prima

Ritratto feroce dell’arroganza umana con un Tom Cruise mai visto prima
Ci sono voluti dieci anni ad Alejandro González Iñárritu per portare Digger sul grande schermo. Non cercava una storia, ha raccontato il regista messicano premio Oscar per Birdman e The Revenant: cercava un’ossessione da trasformare in cinema. Il risultato è un’eco-satira dai toni noir che segna la prima collaborazione tra il regista e Tom Cruise.
Digger Rockwell (un Tom Cruise irriconoscibile, con capelli ingrigiti, stempiatura e marcato accento del Sud degli Stati Uniti) è l’uomo più potente del mondo: magnate del petrolio, convinto di essere indispensabile all’umanità. Quando un’esplosione sulla sua piattaforma in Groenlandia stacca una lastra di ghiaccio grande quanto il Maryland spingendola verso l’Europa, Digger non si sente responsabile: si sente l’eletto, il predestinato a risolvere il problema. Inizia così una missione frenetica per presentarsi al mondo come il suo salvatore, mentre la catastrofe che ha scatenato avanza inesorabile.
Al suo fianco un cast di eccezionale spessore: Riz Ahmed, Jesse Plemons, Sandra Hüller come sorellastra e socia in affari, Michael Stuhlbarg e Emma D’Arcy. John Goodman nei panni di un presidente degli Stati Uniti convinto che i mali del Paese si riflettano nei mali del proprio corpo, quasi potesse espiare in sé i mali degli Usa.
La scelta di Cruise è forse la più sorprendente e coraggiosa del film. Niente scene adrenaliniche, niente acrobazie, niente dei codici che lo hanno reso una delle star più amate del cinema d’azione (senza fargli mai portare a casa un Oscar, se non alla carriera nel 2025). Digger Rockwell è un personaggio completamente nuovo nel suo percorso: grottesco, arrogante, capace di momenti di inaspettata vulnerabilità. È una prova attoriale che dimostra una gamma espressiva che i suoi blockbuster non avevano mai richiesto.
La fotografia di Emmanuel Lubezki (tre Oscar consecutivi per Gravity, Birdman e The Revenant, un record assoluto nella storia dell’Academy) è di una bellezza straordinaria. Girata in 35mm, restituisce immagini di rara potenza visiva, capaci di tenere insieme la grandiosità del disastro ambientale e l’intimità grottesca del protagonista.
Il film pone una domanda scomoda ma necessaria: in un’epoca di crisi climatica e di potere concentrato in poche mani, quanto siamo disposti a credere a chi ha causato il danno quando si propone come soluzione? Iñárritu non offre risposte semplici, ma costruisce un ritratto feroce e al tempo stesso tragicomico dell’arroganza umana. Una storia che parla di responsabilità, di hybris e di quanto sia difficile, per chi detiene il potere, ammettere di aver sbagliato.

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