Dopo vent’anni un sequel di cui non si sentiva il bisogno

Dopo vent’anni un sequel di cui non si sentiva il bisogno
Vent’anni fa Il diavolo veste Prada conquistò il pubblico con la storia di Andy Sachs, giovane giornalista alle prese con Miranda Priestly, temibile direttrice della rivista di moda Runway. Il film, pensato inizialmente come commedia leggera, è diventato nel tempo un’opera di riferimento capace di parlare di ambizione, scelte di vita e ricerca di autenticità in un mondo spietato.
Oggi il regista David Frankel torna a dirigere gli stessi personaggi, ormai iconici. Andy (Anne Hathaway) è diventata una giornalista affermata, mentre Miranda (Meryl Streep) si trova ad affrontare una crisi profonda: l’editoria tradizionale è in declino, i tempi cambiano più velocemente di quanto Runway riesca a stare al passo. Quando la rivista rischia la chiusura, Andy accetta di tornare a lavorare con la sua antica capa per tentare di salvarla.
La trama si sviluppa tra New York, Milano e il lago di Como, con nuovi apprendisti, alleati confermati come Nigel (Stanley Tucci) e rivali inaspettati. Il film alterna momenti di commedia a sequenze che strizzano l’occhio al thriller leggero.
Visivamente il film mantiene l’eleganza del primo capitolo: abiti di alta sartoria, location sontuose, inquadrature curate che trasformano la moda in linguaggio. Star del cinema e della moda fanno capolinea in camei più o meno riusciti, celebrando un mondo patinato che sembra però lontano dalla realtà contemporanea. Ed è proprio qui che emerge il limite principale dell’operazione. Se il primo film raccontava il percorso di una giovane donna costretta a scegliere tra successo professionale e fedeltà a se stessa, questo seguito sembra più interessato a celebrare un’epoca e uno stile che forse non esistono più. I temi ci sono – la crisi dell’editoria, la necessità di reinventarsi, il confronto tra generazioni – ma vengono trattati in modo superficiale, sacrificati a favore dello spettacolo visivo. Manca quella capacità di interrogarsi davvero sulle priorità della vita, sul prezzo del successo, sul significato delle relazioni umane che aveva reso memorabile l’originale. Andy e Miranda tornano sullo schermo, ma il loro rapporto non evolve in modo significativo. Gli appassionati del primo capitolo troveranno personaggi familiari e qualche momento di nostalgia, ma poco di nuovo da portare a casa.
Il risultato è un film piacevole per chi cerca intrattenimento leggero, ma che non aggiunge sostanza alla storia già raccontata. Un’operazione che funziona come celebrazione visiva di un mondo affascinante, meno come riflessione sul senso del lavoro e delle scelte che definiscono una vita. Resta la domanda: era davvero necessario questo ritorno?

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