Francesco d’Assisi: un uomo "commosso"

Rondoni: «Lo era per il fatto di poter dire che il Signore è altissimo, onnipotente e buono»

| DI Francesca Saglimbeni

Francesco d’Assisi: un uomo "commosso"
È il profilo umano, prima ancora che “santo”, forse più studiato al mondo. Eppure non se ne sa mai abbastanza. Ma è proprio qui, tra le altre cose, che si manifesta la straordinarietà di Francesco d’Assisi. Nella continua scoperta e riscoperta di quella povertà che egli traduceva non solo nella privazione dei beni materiali – tanto da incarnare, magari, uno status symbol – bensì in una semplicità di gesti e chiarezza di linguaggio capaci di generare abbondanza. Sicché oggi chi torna ad accostarvisi anche in virtù delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte, può ancora attingere insegnamento e ispirazione. Purché lo si svincoli dalle tante stereotipate, e ormai diffuse, interpretazioni. 
A dirlo anche gli interventi all’incontro organizzato recentemente nella chiesa di San Bernardino dal Centro di cultura europea Sant’Adalberto, con voce protagonista Davide Rondoni, che in occasione dell’uscita del suo ultimo libro La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo (Fazi Editore), ha dialogato con il professor Carlo Bortolozzo e con la storica dell’arte Roberta Tosi. 
Un uomo attraversato da una santa inquietudine, che sa che cos’è la speranza perché sa che cos’è il dolore. Estremo, ma non estremista. Ma c’è un termine in particolare, e ai più ignoro, che davvero può definirne l’essenza: «Francesco è un uomo “commosso”», evidenzia Rondoni, che è anche presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni francescane 2025-2026. «Commosso dal fatto che l’Altissimo onnipotente si sia occupato proprio di lui, che si sentiva quasi niente». Un’elezione, o meglio, una chiamata cui il poverello di Assisi risponde con la pratica quotidiana di un Vangelo sine glossa, ovvero secondo l’autentico insegnamento di Gesù. 
«Francesco ha vissuto tutta la vita commosso dal fatto di poter dire del Signore che era Altissimo, onnipotente, buono (così lo loda nel suo cantico, ndr), anche e soprattutto con i figli più fragili». C’è poi l’uomo della letizia.  «Che per Francesco non è una sorta di felicità minore, un sorrisetto babbeo – prosegue Rondoni –, ma un atteggiamento fertile, capace di concimare, di capire cosa ciascuno può dare nelle relazioni, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. Francesco non ha avuto una esistenza facile, come si potrebbe credere: di fronte ai no, che certo non gli sono mancati, e alle difficoltà, ha però saputo concimare ciò che la vita in quel momento gli offriva». E questo per lui significava gioia profonda.  
Infine, un riferimento ai giovani, privati, come scrive il poeta romagnolo, del sentimento della creaturalità. Altro “segno particolare” del santo d’Assisi. «Molti ragazzi e ragazze – chiarisce Rondoni – soffrono di un profondo senso di inadeguatezza, non sanno sentirsi creature amate “a prescindere”. Al di là, cioè, delle proprie performance. Per Francesco tutto nasce invece dalla bontà originaria dell’essere creature: il bene non dipende dai meriti, né il male cancella il valore della persona. Si è preziosi per il fatto stesso di essere nati. Se c’è un errore, lo si chiama errore. Ma questo non può eliminare il valore della persona. Abbiamo trasformato la nascita, che è una benedizione, in qualcosa da giustificare o da misurare. Invece dovremmo tornare alla trama originaria della vita». Tornare alla creazione, dunque, al concepirsi anzitutto creature. Un invito nuovo all’esistenza, quello raccolto dal folto pubblico confluito nella chiesa francescana. 
«Attraverso la metafora del letame, che ha la stessa radice di “letizia”, e quindi il tema della fertilità, abbiamo compreso che la gioia, anzi la letizia, è un fatto spirituale: non dipende dalle circostanze esteriori, ma riesce a sopravvivere proprio nelle situazioni più avverse», è stata la chiosa alla serata da parte del vescovo Domenico Pompili. «Abbiamo visto come, in Francesco, la letizia sia una porta che si apre dall’esterno e non si chiude dall’interno. Essa richiede di superare quell’autismo affettivo che ci porta a ripiegarci su noi stessi e ci invita, invece, a rimanere aperti alla realtà e agli altri. Grazie a Davide abbiamo colto anche un’altra intuizione preziosa: la letizia può abitare perfino una ferita, purché quella ferita diventi una feritoia attraverso cui guardare oltre. Mi è piaciuto molto anche l’ultimo passaggio, critico nei confronti di una spiritualità ridotta a misurazione, che rischia di smarrirne la dimensione più autentica». 

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