«Il mio film più sincero: mi ero stufato di farli per il piacere del pubblico e mi sono detto che a quel punto tanto valeva smettere. Dopo il documentario La valanga azzurra dove mi sono permesso per la prima volta di essere me stesso, l’ho rifatto e ora mi sento decisamente meglio, fin da quando mi sveglio la mattina»: così ci confida il regista Giovanni Veronesi nell’intervista che ci ha concesso nei giorni in cui è in promozione con il suo nuovo film Dio ride, che sarà distribuito nelle sale italiane dal 29 ottobre da PiperFilm. Presentato fuori concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una co-produzione italiana di Indiana Production, PiperFilm e Ogi Film. La storia ci porta nel Seicento, dove fra’ Leopoldo da Casamacchia (interpretato da Pierfrancesco Favino) percorre i villaggi raccontando il Vangelo con parole semplici e gioia: conquista folle sempre più numerose, ma suscita la preoccupazione della Chiesa tanto che papa Innocenzo X (ultimo lavoro di Carlo Checchi, morto 86enne il 23 gennaio scorso) si vede costretto ad affidare il caso al cardinale inquisitore Vincenzo Maculani (un ottimo Silvio Orlando); il processo diventa così un confronto profondo su fede, libertà e potere. Con il regista – che negli anni ha diretto tra l’altro Che ne sarà di noi, i tre Manuale d’amore, Italians –, abbiamo parlato del film e non solo.
– Da dove nasce l’idea di quest’opera?
«Ho sempre frequentato satira e comicità e sono convinto che siano una cosa seria, talmente seria che molte volte danno fastidio. Sempre nella storia e per questo ho scelto un’epoca paradossale come quella del Seicento, dove la Chiesa, al massimo del potere temporale e alle prese con Riforma e Controriforma, era una teocrazia che esercitava un potere totale ed estremo. Tutto questo è messo in crisi da una persona, un frate analfabeta che non sa leggere né scrivere, ma parla di Dio con il sorriso e, inconsapevolmente, diventa un anarchico contro il potere. Parla un linguaggio nuovo, puro, da bambino, molto diverso da quello fatto di tensione e prevaricazione. Umberto Eco diceva che il potere ha paura della comicità, perché quando il popolo si ferma e si rilassa, comincia a pensare e a capire che si è lasciato sottomettere».
– Portandolo ai giorni d’oggi, dove la Chiesa non ha più questo ruolo temporale, chi rappresenta questo potere?
«Tutte le forme di potere assoluto e di fanatismo, nei diversi ambiti, dalla politica, alla comunicazione, alla religione. Quando la satira prova ad agire contro, ne vediamo le conseguenze come la fatwa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie, lanciata nel 1989 e di fatto ancora valida, o l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo avvenuto a Parigi il 7 gennaio 2015».
– In entrambi questi due casi c’è di mezzo la religione e il titolo del film può apparire per alcuni un’ulteriore provocazione.
«Nell’incontrare gli artisti del mondo dell’umorismo, papa Francesco il 14 giugno 2024 concluse dicendo che si può ridere anche di Dio se lo si fa senza offendere i sentimenti dei credenti. Come viene ricordato nel film, non esiste nessuna effigie divina in atto di ridere, ma siamo stati noi umani, fatti secondo la Bibbia a sua immagine e somiglianza, a rappresentarlo così. D’altronde Gesù, e lo dico da laico non credente, compie azioni anarchiche e nel Vangelo secondo Giovanni, quando la folla si lamenta degli schiamazzi dei bambini, lui al contrario li fa avvicinare. D’altronde i piccoli, che lo siano in età o un adulto rimasto bambino come fra’ Leopoldo, sono liberi perché non sentono la forza del potere, non si fanno schiacciare».
– Gesù in altri passi del Vangelo invita proprio a tornare come bambini…
«Oggi viviamo in un grande inganno per cui ci sentiamo liberi di fare tutto, di decidere tutto, di controllare tutto; invece siamo noi ad essere controllati e sanno tutto di noi, dei nostri gusti, delle nostre scelte. E poi decidono tutto per noi, senza che noi abbiamo più la forza o la volontà di rifiutare, anche le cose più aberranti: chi ha deciso che un 18enne russo deve andare ad uccidere un coetaneo ucraino senza saperne il motivo? Dobbiamo imparare a dire di no. E, soprattutto, dobbiamo insegnare alle nuove generazioni che si possono dire dei no, che abbiamo sempre la libertà. Non mi piacciono parole come rivoluzione e non la pretendo, ma sono convinto che la mia generazione ha fallito perché non è riuscita a dire no e a ribellarsi, per cui bisogna ripartire dall’educazione e dall’istruzione, insegnando proprio quella libertà che sa tenere testa al potere e che parte proprio da imparare un linguaggio nuovo».
– E la Chiesa, vista con uno sguardo di chi non è direttamente coinvolto, come sta in questa prospettiva oggi?
«Devo dire onestamente che sono anni che sento dire le cose più interessanti dai papi e da alcuni cardinali, mentre gli intellettuali e i politici ormai si fermano a lotte intestine e sterili. Papa Francesco è stato molto deciso per esempio sui temi della pace e degli armamenti; Leone XIV è stato l’unico a dire di no in faccia a Trump, un folle che gestisce il mondo con una superficialità assoluta; Zuppi e Pizzaballa potevano starsene zitti e godersi il loro prestigio e invece si sono esposti pubblicamente».
– Tornando più direttamente al film, ha avuto ancora una volta la fortuna di dirigere un mix tra attori affermati e giovani emergenti.
«E che hanno saputo mettersi in gioco ed entrare nel senso di quest’opera. Pierfrancesco Favino è uno che ha sempre dimostrato di sapersi e volersi prendere dei rischi con personaggi importanti e di non aver paura di lanciare messaggi critici, cosa che non molti sanno fare e per questo dico che ogni regista dovrebbe avere la fortuna di dirigerlo almeno una volta. Al suo fianco ci sono giovani come Francesco Gheghi, Alma Noce, Cesare Hary, che in questo film hanno saputo liberarsi di un modo particolare di interpretare la recitazione che ha a che fare pure con una generazione molto ansiosa che ha paura del fallimento e che sente in maniera molto forte i pesi che la società le impone. Mi pare che abbiano imparato in qualche modo a ribellarsi».