Chi è sull’ottantina e ha vissuto in campagna, ripensa con un filo di nostalgia al periodo della vendemmia e riesce a mettere in fila la procedura che anticipava quella vera e propria. Si andava un po’ come tradizione suggeriva, ma qualcosa che non andava per il verso giusto c’era sempre.
Il primo pensiero era quello di trovare gente disponibile. Di solito il reclutamento avveniva con il passaparola, sperando che la concorrenza non si fosse mossa prima. Nel Veronese non esisteva il caporalato: poche parole su orario e retribuzione e il contratto era fatto. Non era un caso che ci si “combinasse” con un baratto (qualche damigiana di vino) o con uno scambio di generi in natura.
Tante famiglie le ghe faséa conto su quelle due o tre settimane di vendemmia. Diciamo che quell’introito straordinario serviva a saldare qualche debituccio fatto bell’apposta o a programmare qualche piccolo “sfizio” altrimenti rimasto insoddisfatto. Nella maggior parte dei casi rispondeva a questa annuale richiesta chi era legato da un rapporto di amicizia e i parenti di qualsiasi età, non fosse altro per un legame di sangue; andavano a meraviglia anche i bambini ai quali si faceva saltare qualche giorno di scuola. A voler essere sinceri, a queste tipologie si univano pensionati e studenti.
Eccoli lì, incamminati lungo i filari, ognuno con la propria forbice, considerata un tesoro da non perdere. Ad ogni sforbiciata le ceste di vimini si andavano riempiendo. Per un fattore-muscoli, toccava agli uomini caricarle sula barachéta, il carro che, una volta riempito, prendeva la via della corte padronale trainato da qualche quadrupede o, una volta avuta la possibilità, da un trattore. Lo attendevano un cassone di acciaio dentro il quale i bambini si divertivano a pestarla a piedi nudi e il torchio pronto per la pigiatura.
Si chiacchierava liberamente, si raccontavano i fatti (pure degli altri) che succedevano in paese, a volte si malignava, a volte si cantava; e intanto, un passetto alla volta, si arrivava in capo al filare lasciando a terra indietro le viti ormai stravecchie e un tappeto di foglie e tralci di viti bisognose di pali di sostegno. Gli uomini coprivano la testa con dei barretti e le donne un fazzolettone annodato dietro il collo. Ogni tanto una récia baciata dal sole più delle altre finiva in bocca per essere gustata.
Il peggio era quando la vendemmia veniva interrotta dalla pioggia. Proviamo a immaginare lo stare sotto a una tettoia di tralci che a ogni mossa aprono il loro rubinetto: se ti piove negli occhi, non vendemmi mica, eh!
Se era accettabile che qualche acino finisse schiacciato sotto gli stivali o scarpe recuperate all’uopo, bisognava stare attenti a no’ lassar indrìo qualche arzimo, perché poteva capitare che el paròn l’andasse fora de testa lanciando improperi a difesa del lavoro fatto a monte: “Ò bruscà, ò sbiansà e g’ò dato el verderame anca par quel’arzìmo lì, mi. Stè atenti: ghe ne lassè indrìo metà”.
Mente spudoratamente chi assicura che non aggiungeva qualche sacranòn. E pensare che nella notte dei secoli – ce lo ricorda il Deuteronomio (XXIV, 21) – si faceva obbligo ai viticoltori di tralasciare i racimoli a beneficio di gente bisognosa.
I grappoli che in maniera scaltra si riusciva a portare a casa nascosti in qualche indumento imbombegà de sudor, si attaccavano su fili di ferro in granaio ed erano l’ingrediente principe per fare ottime torte chiamate sùgoli o potona. Ùa da vin, no’ ùa da tola.