«Sono gli adulti che educano, ma chi educa gli adulti?»

| DI Adriana Vallisari

«Sono gli adulti che educano, ma chi educa gli adulti?»
Sono fatti per essere usati in modo intuitivo e senza stare troppo a pensare ai rischi che comportano. Un clic e via: i social network sono costruiti per tenerci il più possibile incollati allo schermo, offrendoci miliardi di contenuti allettanti, soprattutto video tagliati su misura dei nostri interessi.
Li frequentiamo molto, ma li conosciamo poco, in realtà. Questo vale per gli adolescenti, con annessi effetti nocivi sui loro cervelli in formazione, ma pure per noi adulti. Pronti a strapparci le vesti per dire che così non va, a lamentarci che quel telefonino i nostri figli o nipoti ce l’hanno sempre in mano (ma chi gliel’ha regalato?). Così finiamo per spalancare alle nuove generazioni l’universo dei social network senza fornire loro strumenti adeguati di protezione e senza una reale supervisione educativa.
Ne abbiamo parlato con Massimiliano Moschin, sociologo della comunicazione, docente di Fondamenti di marketing nella sede veronese dello Iusve (Istituto Universitario Salesiano Venezia).
– Professore, è vero che i figli dei dirigenti delle aziende della Silicon Valley, dove sono nati i social, crescono in ambienti senza tecnologia?
«È parzialmente vero. Non ne bandiscono tout court l’uso, ma lo regolamentano. Impongono ai figli delle regole ferree sull’utilizzo: 10 minuti al giorno, massimo 30. Non è censura, è ottimizzazione del tempo. Un po’ come facevano i nostri genitori coi cartoni animati: ci davano un orario preciso per guardarli, e quello era. Educarli a un uso corretto fino ai 16 anni è necessario».
– Uno dei problemi è che gli smartphone arrivano in mano alle nuove generazioni molto presto, talvolta già dalle elementari.
«Ma anche prima: ci sono genitori che danno in mano il tablet ai neonati per farli stare tranquilli, una pratica devastante. Non voglio demonizzare il tablet, attenzione: si può guardare insieme un contenuto con i figli, quando sono più grandi, e poi discuterlo. È sempre l’uso che se ne fa a fare la differenza».
– Questa regola vale pure quando siamo noi a pubblicare foto e video riguardanti la nostra vita?
«Sì. Stiamo dando per scontato che i genitori siano degli utilizzatori consapevoli, ma non è così. Quante foto di bambini vediamo condivise ogni giorno con facilità sui social? Purtroppo tanti contenuti di pedopornografia nascono dai genitori, che per esempio pubblicano con leggerezza il bagnetto del neonato, così carino, con i genitali in vista. Senza pensare che qualche criminale potrebbe usare quella foto e magari animarla con l’Intelligenza artificiale».
– Tutto ciò che mettiamo on line resta...
«Ogni volta che facciamo qualcosa on line viene archiviata. Questo va detto soprattutto ai giovanissimi. Ci vorrebbe un patto scuola-famiglie: non possiamo pretendere che una mamma e un papà abbiano le conoscenze di un perito informatico, però devono essere informati sulle ricadute che l’uso dei social comporta. Oltre all’educazione civica, a scuola bisognerebbe studiare anche l’educazione digitale, facendo intervenire degli esperti. Prima di digitare, dovrei sempre pensare: “Quello che sto facendo potrebbe essere frainteso o usato contro di me?”. Esercitare un pensiero critico non vuol dire limitare la propria espressione».
– Per tutelarci, insomma?
«Sì. C’è un problema di percezione degli spazi. Io insegno a giovani di 21 anni: nonostante il digitale e il reale si siano completamente fusi nelle nuove generazioni, c’è ancora la percezione che quelli virtuali siano degli spazi privati, invece non è così. Basta fare una foto della schermata, anche se ho un profilo privato, per metterla in circolo. Servirebbe pure una maggior educazione affettiva, come ci ricorda il triste caso della povera Tiziana Cantone (morta suicida dieci anni fa dopo la diffusione di alcuni video amatoriali dal contenuto sessuale, ndr). Occorre sempre pensare a chi mando una foto o un video, specie se sono contenuti sensibili: la persona che li riceve potrebbe farne un cattivo uso. Ma ci sono anche altri contenuti pericolosi di facile accesso».
– Quali?
«I gruppi su Telegram, l’applicazione di messaggistica usata per chattare, molto in voga tra gli adolescenti: basta mettere la parola-chiave giusta per entrare con quattro clic in un gruppo neonazista».
– Come si fa a vigilare su questi pericoli?
«Bisogna aiutarsi come comunità che educa e creare dei momenti di formazione per i genitori, in alleanza con la scuola. Occorre lavorare dal punto di vista educativo e culturale, che è più faticoso, ma è l’unica strada che porta frutti».
– Una regolamentazione servirebbe a poco, secondo lei?
«Mettere un divieto credo funzionerebbe fino a un certo punto, per come siamo fatti noi italiani. Con l’educazione digitale è come con i rifiuti: devo avere la cultura di non buttarli per strada, non solo la paura della sanzione».
– L’esempio conta tanto?
«I ragazzini imparano per apprendimento. Se vedono il padre scrollare (muovere il dito sullo schermo, ndr) sul divano per rilassarsi, poi non lui potrà dire al figlio: “Stai sempre al cellulare!”. Lo smartphone può essere uno strumento accrescitivo, che aiuta a leggere, approfondire, persino a studiare, oppure no, se si usa solo per vedere dei video stupidi su TikTok. Sulle piattaforme c’è di tutto, dal bello al brutto, siamo noi a dover costruire un pensiero critico. E non è una questione legata solo ai giovani».
– Cioè?
«I social sono transgenerazionali. Tutte le piattaforme vengono usate dal tredicenne fino all’ultrasettantenne: non sono un fenomeno giovanile. Nate per digitalizzare le reti sociali, negli ultimi dieci anni da luoghi di interazione sono diventate luoghi di consumo. La grande svolta è avvenuta prima con Instagram e poi con TikTok, durante la pandemia. Sono piattaforme mature, fatte per trattenere: offrono contenuti gratis, ma in realtà noi cediamo tempo e dati. Dietro a quello che vediamo c’è un algoritmo che lavora per riproporci contenuti che abbiamo apprezzato o su cui ci siamo soffermati, anche se spiacevoli: più guardo una cosa, più l’algoritmo me la propone».
– Dove risiedono i pericoli più gravi per gli adolescenti?
«La dipendenza, che è certificata: ci sono già persone in trattamento per dipendenza da internet e da social in diverse Ulss; poi depressione e disturbi della personalità, per cui non ci si sente adeguati ai modelli proposti: sembrano tutti molto spontanei e invece sono costruiti a tavolino. I social però sono solo il megafono di quello che avviene nella società».
– Rispetto a 10 anni fa, come ci hanno cambiati?
«Dal 2008 al 2018 è triplicato il tempo in cui stiamo on line: oggi noi italiani stiamo più di 6 ore al giorno connessi, circa un terzo della giornata. Appena ho bisogno di qualcosa, di un’informazione o di trovare una via, cerco il telefono; appena ho un minuto libero vado sui social; lì è tutto più facile e immediato».
– Questo non è detto che sia un bene per il nostro cervello...
«La tecnologia ha un impatto sulla capacità mentale, soprattutto se viene introdotta precocemente, fin dalla preadolescenza. Studi delle Università di Oxford e di Harvard hanno dimostrato che la generazione Z (i nati dal 1997 al 2012) ha un quoziente intellettivo più basso di quelle che l’hanno preceduta. Il problema insorge quando l’utilizzo di questi strumenti non è guidato e non si usano per amplificare la capacità di fare le cose, bensì come sostituti del pensiero. Lo stesso vale per l’Intelligenza artificiale...».

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