Siamo veramente dentro una guerra mondiale a pezzi

Ormai si susseguono i fatti che danno ragione all’analisi di papa Francesco

| DI Luca Passarini

Siamo veramente dentro una guerra mondiale a pezzi
«Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende». Non manca mai il sorriso, ma nemmeno la forza di mettere subito in chiaro le cose a papa Leone XIV, che probabilmente si immaginava un inizio di anno ben diverso dal caos che si è andato a creare, tra esercitazioni nordcoreane e bombardamenti in Siria. 
Negli occhi di tutti c’è, però, soprattutto la scelta di Donald Trump di muovere una forza militare con pochi precedenti per andare a prelevare il leader venezuelano Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores nella loro casa a Caracas. Un arresto spettacolare per due che, già dal 2020, sono incriminati dal Dipartimento di giustizia americano per aver agito in modo da importare migliaia di tonnellate di cocaina negli Stati Uniti; cospirato con modalità narco-terroristiche per utilizzare i proventi del traffico di cocaina come supporto finanziario a organizzazioni terroristiche; possesso di armi automatiche e ordigni distruttivi per favorire il traffico di droga, da utilizzare anche su suolo americano.
Vedremo che cosa succederà nei prossimi giorni nelle aule dei tribunali americani così come nel territorio venezuelano. Nel frattempo mi permetto alcune considerazioni, premettendo che non sono un esperto e non voglio fingere di esserlo. 
Maduro non è un politico illuminato, ma un criminale che si è macchiato di gravissime colpe.
Il suo Venezuela non era una democrazia e non era nemmeno uno Stato autonomo, perché vari aspetti fondamentali (in particolare politica, economia, sicurezza nazionale) erano in mano a potenze straniere, tra Russia, Cina e Cuba.
Qualcuno doveva intervenire già tempo fa, ma l’Onu si è rilevata ancora una volta un’organizzazione del passato che, così com’è, non ha più motivo nel presente, incapace di affermare il diritto internazionale, non facendo nulla prima contro Maduro e di fatto non potendo agire ora contro le modalità degli Stati Uniti.
Trump fa quello che dice ovvero la sua non è propaganda elettorale che viene dimenticata subito dopo il voto, ma ha (una sua) coerenza.
Sembra che un terzo degli statunitensi appoggi questo intervento e anche da noi sono parecchi i sostenitori; magari convinti che quello attuato in questi giorni da Trump sia davvero il modo migliore per realizzare gli auspici di papa Leone: la realizzazione di «un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli» (il già citato Angelus del 1° gennaio) e il far prevalere il bene del popolo venezuelano con giustizia e pace, rispetto dei diritti umani e civili, «un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica». 
La giustificazione per il presidente Donald Trump e per il segretario della Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, sta sempre nello slogan “America first”, ovvero raggiungere l’obiettivo degli interessi americani con il minor costo possibile per i loro concittadini: controllo diretto di uno Stato e delle sue riserve; esempio esplicito ad altri che non sono dalla loro parte come Iran e Cuba; nessun militare americano ucciso, con buona pace dei circa 80 venezuelani morti nell’attacco e delle incognite per il futuro.
Il motto “America first” è stato utilizzato tre volte nella storia. All’inizio della Prima Guerra mondiale per giustificare la discussa neutralità statunitense andata avanti per tre anni e che per molti ha voluto dire rendere più lunga e più grave quella “inutile strage”; il tutto per essere pronti per primi ad esercitare un ruolo egemone con gli altri in ginocchio.
Durante la Seconda Guerra mondiale per enfatizzare il nazionalismo americano e l’unilateralismo nelle relazioni internazionali; previsione un po’ sfumata per la forza dell’Unione Sovietica che ha aperto la stagione della  Guerra fredda, riassumibile nel fatto che due galli non possono stare in un pollaio.
Infine, con Donald Trump nell’epoca che papa Francesco ha ribattezzato Terza Guerra mondiale a pezzi: l’esplicitazione dell’interesse americano come unico criterio; tutto questo, però, appare miope nel lungo periodo e anche nel largo spazio.

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