Se la Cina è qui allora è meglio conoscerla bene

La sinologa Giada Messetti racconta il Celeste Impero

| DI Marta Bicego

Se la Cina è qui allora è meglio conoscerla bene
Dalla Cina del “favoloso” Catai raggiunto da Marco Polo, terra di meravigliose e al tempo stesso inquietanti invenzioni, alla Cina di oggi dove da dodici anni non si usano più i contanti ed è tutto digitalizzato; dove i mendicanti chiedono l’elemosina con il QR Code; dove i tassisti viaggiano con un grillo nella tasca perché lo ritengono un portafortuna.
Ha aperto una finestra sul mondo Giada Messetti, sinologa che nel 2000 ha iniziato a studiare la lingua e la cultura cinesi all’Università Ca’ Foscari di Venezia quando ancora il Celeste Impero sembrava un Paese lontanissimo.
Non è più così e capire questo significa prepararsi a un futuro che è già presente. Servono conoscenza, consapevolezza e lo ha spiegato bene la divulgatrice nello spettacolo-conferenza “Nella Testa del Dragone. Viaggio alla scoperta della Cina”: storytelling suggestivo, accompagnato da immagini e video, che il 15 marzo è stato tra gli appuntamenti del Festival del Giornalismo di Verona ideato dall’associazione culturale Heraldo. Evento annuale sempre più capace di intercettare le dinamiche dei nostri tempi divisi tra guerre, crisi ambientali, delicati equilibri geopolitici, trasformazioni tecnologiche, tensioni sociali. E nello scacchiere del nuovo ordine mondiale si inseriscono la Repubblica Popolare Cinese e l’uomo più potente, Xi Jinping.
La Cina è qui. «Ormai di Cina sentiamo parlare tutti i giorni, ma quanto la conosciamo veramente? Sicuramente un po’ più di Marco Polo che all’epoca ha voluto fare veramente un viaggio dall’altra parte del mondo. In realtà la Cina è già qui, anche se noi non abbiamo piena consapevolezza di questo», ha spiegato Messetti dal palcoscenico della Fucina Culturale Machiavelli.
Mangiamo cibo “cinese” che cinese non è. E non è solo questione di involtini primavera, ma di una cultura che tendiamo a semplificare ed è invece di una profondità tale che permea tanti gesti quotidiani. Ad esempio la scrittura che è fatta di caratteri e precisione, «che è molto identitaria e ha quasi un carattere sacro. È lo specchio dell’anima, quindi se scrivi male probabilmente non sei una bella persona e per scrivere bisogna allenarsi, cioè esercitarsi tutti i giorni. È come fare uno sport e per affinare la tecnica ci vuole disciplina».
Confucio dice. La filosofia confuciana – quella di Confucio, filosofo vissuto nel VI-V secolo a.C. – tuttora è alla base della società cinese, ha fatto notare. Ognuno ha il proprio ruolo, l’individuo è subordinato al contesto e parte di un meccanismo più grande di lui, quindi è suo dovere non farlo inceppare. Pena: spezzare l’armonia o, ancora peggio, perdere la faccia...
Pur in una società millenaria, c’è una maniera diversa rispetto all’Occidente di relazionarsi e conservare la storia. «Noi rimaniamo legati al passato. Invece, in Cina è tradizione distruggere e ricostruire. Storicamente lo hanno fatto le dinastie, lasciando una sorta di firma. Io ho avuto la grandissima fortuna di vivere a Pechino tra il 2005 e il 2011, quindi ho visto la città che si preparava alle Olimpiadi del 2008, il primo biglietto da visita della Cina come grande potenza. Negli anni precedenti, capitava spesso con gli amici di andare a cena in un posto dove eravamo stati tre settimane prima. Arrivati là, dove magari c’era un edificio di 15 piani, si trovava una spianata di terra battuta».
Questo non vuol dire non saper aver cura del passato, anzi. «L’originale in cinese è una traccia da cui partire per poi magari arrivare a inventare un nuovo originale. Perché se c’è un vero luogo comune sui cinesi è che copiano e copiano bene. Copiare in Cina non ha un valore negativo ma è un partire da un originale per poi arrivare a un altro originale, copiano e a un certo punto cinesizzano».
Forse fa sorridere l’immagine del clone del ben noto telefonino con la mela made in China. Ma, ha messo in evidenza Messetti, «chi avrebbe mai detto che ci sarebbe stata una app status symbol per tutti gli adolescenti del mondo e i vip americani?». La piattaforma cinese TikTok, poi ceduta a investitori Usa: solo un esempio di come la Cina abbia cambiato passo, inventando fenomeni che hanno appeal.
Il nuovo Mao. Ma come si ottengono simili risultati? «Come si guida un Paese in cui il bianco coesiste con il nero, in cui mentire non è sempre negativo, in cui copiare non è per forza negativo e in cui il comunismo convive con il capitalismo? Bisognerebbe chiederlo a lui: Xi Jinping». Dal 2013 presidente della Repubblica Popolare Cinese, ha tratteggiato, «è diventato il leader più autoritario dai tempi di Mao, perché lui ha centrato tutti i poteri su di sé. Ha fatto la più grande campagna di anticorruzione di sempre e ha abolito il limite dei due mandati che era stato il successore di Mao a introdurre per evitare che qualcuno potesse stare al potere più di dieci anni». Significa che potenzialmente Xi Jinping, “il nuovo Mao”, «in questo momento può stare al potere finché non muore». Del resto, si è dato degli obiettivi ambiziosi, come il ringiovanimento della nazione entro il 2049. Una bella gatta da pelare in un Paese con l’invecchiamento demografico che galoppa e una natalità con il freno tirato. Con ripercussioni pure sulle economie, che iniziano a far scricchiolare il rapporto con il potere, come si è visto nella gestione della pandemia da Covid-19.
Basta “cineserie”. Sebbene la Cina abbia dei problemi al suo interno, ha avvertito la sinologa, è fondamentale continuare a osservarla con attenzione. In particolare nelle mosse che sta compiendo nello scacchiere del mondo con gli Stati Uniti. Con gli investimenti nell’Intelligenza artificiale come «strumento di trasformazione industriale. Nei prossimi cinque anni la Cina cercherà di ristrutturare l’intero sistema produttivo e accademico». Basta “cinesate” ma robotica auto elettriche, microchip, biotecnologie...
Decisioni politiche che si leggono in risultati concreti: distese di pannelli solari, mobilità con veicoli elettrici silenziosi e meno inquinanti, umanoidi che fanno gelare il sangue. In questo senso, «continuare a guardare solo quello che fanno gli Stati Uniti e non quello che fa la Cina può diventare uno svantaggio strategico per noi nel momento in cui la Cina conta sempre di più. Questo è un po’ il motivo per cui volevo cercare di farvi entrare un pochino nella testa del Dragone – ha concluso –. Per noi un animale spaventoso e minaccioso, che invece in Cina porta fortuna». E ha portato fortuna.

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