In classe, metà studenti italiani e metà stranieri: qui è la normalità. Da tanti anni l’Istituto comprensivo di Zevio è una scuola multiculturale. Riflesso di un’immigrazione che in questo paese di quasi 16mila abitanti nell’Est Veronese ha trovato e trova lavoro: soprattutto in agricoltura, agroalimentare, edilizia e autotrasporto.
Non stupisce, dunque, che la composizione delle classi oscilli tra un terzo e la metà di alunni con origine estera. Su 1.130 studenti dell’Ic, il 21,5% sono stranieri. Ma sono molti di più, se si considerano pure quelli con un retroterra migratorio, che però hanno la cittadinanza italiana.
La distribuzione varia da plesso a plesso; in tutto sono 8: due scuole dell’infanzia (a Zevio e a Palù), quattro primarie (a Zevio, Campagnola, Volon e Palù) e una secondaria di primo grado, nel capoluogo, dove ha sede la segreteria.
E proprio nella scuola media “Altichiero da Zevio” insegna la professoressa Luisa Signorini, docente di matematica nella sezione A, che da tre anni è referente della Commissione intercultura dell’istituto. La persona, cioè, che cerca di tenere le fila di questa complessità, coinvolgendo tutto il corpo docente affinché l’inclusione di questi alunni sia reale e cercando al contempo il dialogo con le famiglie. Con un obiettivo: non lasciare indietro nessuno.
Chi siede sui banchi di scuola. C’è un dato di fatto da considerare: negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso centinaia di migliaia di alunni, a causa della crisi demografica; un calo compensato solo in parte dall’ingresso in classe di migliaia studenti con cittadinanza non italiana o nati in Italia da famiglie straniere. Se non ci fossero loro, certe scuole periferiche chiuderebbero.
«Qui alla secondaria arrivano per la maggior parte alunni che hanno frequentato le scuole del territorio e che già conosciamo – spiega la prof. –. Poi ci sono i ragazzi “Nai” (Nuovi arrivati in Italia), che sono nel nostro Paese da meno di un anno e devono essere inseriti partendo dalla conoscenza della lingua italiana».
Quanto alle provenienze, la geografia zeviana è chiara. «C’è uno zoccolo duro di marocchini, romeni e albanesi – dice la docente –. Ultimamente stanno arrivando nuovi alunni dalle Filippine, dallo Sri Lanka, dal Centro Africa e dalla Moldavia, ma sono numericamente inferiori».
Spesso si tratta di immigrati di seconda generazione nati in Italia, o arrivati qui da piccolini, per ricongiungersi ai genitori: il caso più frequente è quello del papà che è partito per primo, raggiunto anni dopo dalla moglie e dai figli.
Le sfide dell’insegnamento. «Dipende dalle annate, ma a me è capitato spesso di avere classi da 20 studenti con 9 di origine straniera», continua Signorini, che insegna Matematica e scienze ed è a Zevio dal 2019. «Subito dopo il Covid ho deciso di mettermi in gioco entrando in qualche Commissione: quella più affine a me, per carattere, era quella dell’intercultura e ho deciso di rendermi disponibile in questo ambito», chiarisce.
L’aspetto più critico, rileva dalla sua esperienza, è quello della comunicazione. Che non riguarda solo gli studenti, ma soprattutto le loro famiglie... «La maggior parte delle volte il papà parla italiano, ma la mamma no, magari lo capisce ma non sa esprimersi, perciò è difficile che partecipino ai colloqui con noi e rischiano un maggiore isolamento – evidenzia la referente –. Qui ci vengono in aiuto il Cestim, che offre corsi di lingua, e il Fami (Fondo asilo, migrazione e integrazione), che a livello ministeriale mette a disposizione dei fondi per facilitare l’integrazione di queste persone e ci permette di richiedere dei mediatori e delle mediatrici culturali». La scuola di Zevio, inoltre, partecipa alla Rete Tante tinte, che fornisce dei mediatori volontari, capaci di fare da ponte tra la scuola e le famiglie.
Sempre sul fronte della comunicazione, c’è poi la questione dell’italiano parlato dagli alunni. «Quelli in Italia da tanto lo parlano a scuola, ma poi a casa usano la lingua madre, quindi ci mettono più tempo ad apprendere – continua –. Per quelli arrivati nel nostro Paese appena pochi mesi fa, invece, attiviamo subito dei corsi di alfabetizzazione in orario scolastico, finanziati dal Cestim; la priorità è insegnare l’italiano in modo laboratoriale e giocoso, usando degli ausili specifici per motivarli e rendere il corso più leggero». Proviamo a immedesimarci: come ci sentiremmo noi, se fossimo in una classe in cui tutti parlano cinese?
Scovare le potenzialità di ciascuno. Per ogni studente “Nai”, nuovo arrivato, il consiglio di classe definisce gli obiettivi minimi da raggiungere, all’interno di un Piano didattico personalizzato, condiviso con la famiglia; spesso si tende a inserirli in una classe in cui tutti hanno un anno in meno d’età, per dar loro modo di ambientarsi e di apprendere il programma.
Per ogni materia, poi, si cerca di trovare la chiave giusta, usando misure compensative e dispensative. «Tutti hanno delle potenzialità, serve solo il tempo per farle emergere: è certo che non si può giudicare negativamente qualcuno solo perché ancora non sa leggere bene in una lingua differente dalla sua», sottolinea la professoressa.
Altro punto determinante: il coinvolgimento dell’intera classe per favorire l’inclusione. «Cerchiamo di creare un rapporto di fiducia e stimoliamo tutti gli studenti, che sono in un’età critica, quella adolescenziale, a coltivare l’attenzione per l’altro: è così che cresciamo i cittadini del futuro – conclude –. Sul fronte del profitto, abbiamo visto che se le famiglie e la scuola sono coesi, molti di questi alunni riescono a proseguire gli studi: più di una ragazzina mi dice che da grande vuole laurearsi». [A. Val.]