Ali per tutti nasce nel 2011 dalla visione e dal coraggio di Paolo Pocobelli, pilota paraplegico che ha trasformato la propria esperienza in una missione: aprire il mondo dell’aviazione alle persone con disabilità. La prima scintilla scoccò al Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace di Paris Le Bourget, dove il progetto fu selezionato per il premio Pépite e presentò l’idea, allora rivoluzionaria, di un network capace di connettere aspiranti piloti con realtà in grado di formarli e accompagnarli nel percorso aeronautico. Da quel momento la storia di Paolo si intreccia sempre più con quella del progetto, ma anche con Verona, città che diventa uno dei suoi punti di riferimento. Nel 2014 viene chiamato come istruttore di volo a Verona Boscomantico e pochi anni dopo, nel 2018, diventa Chief instructor della Scuola di volo dell’Aero Club di Verona, guidando dall’interno una nuova cultura dell’inclusione.
Oggi Ali per tutti è un’associazione riconosciuta e strutturata, capace di tornare nel 2023 proprio a Parigi con un nuovo Cap-10BK acrobatico, lo stesso luogo dove nel 2011 ricevette il premio all’Eliseo dalle mani del presidente Sarkozy. Un percorso che nel 2019 ha trovato ulteriore valore nel riconoscimento del presidente Sergio Mattarella a Paolo e alla sua instancabile testimonianza.
– Cosa significa per lei Ali per tutti e come affronta, anche praticamente, questo impegno?
«Ali per tutti è un percorso che va avanti da quattordici anni. Nasce nel 2011 a Parigi con l’obiettivo di parlare di integrazione concreta. In senso stretto riguarda le persone con disabilità, ma in modo più ampio vuole lanciare un messaggio a tutta la società civile: l’integrazione è possibile, se ognuno fa la propria parte. Il principio è quello della meritocrazia: non un’aviazione riservata a pochi eletti, ma la possibilità, per chi rispetta gli standard medici previsti, di avvicinarsi al volo e realizzare un sogno che non dovrebbe avere barriere preconcette».
– Ci descrive l’iter che ha affrontato per diventare pilota, prima commerciale poi di linea?
«Il mio è stato un percorso piuttosto tortuoso. Ho iniziato negli Stati Uniti perché, nel 1994, in Europa non esisteva la possibilità per una persona con disabilità di frequentare corsi di volo. Negli Usa ho trovato l’applicazione formale di leggi contro la discriminazione, ma una vera consapevolezza civile del fatto che escludere non fosse corretto l’ho invece riscontrata poi in Europa. Questo mi ha permesso di ottenere le stesse licenze di un pilota che lavora in linea e di costruire una carriera professionale completa».
– Che significato ha essere stato il primo pilota disabile?
«Quando ci penso, provo felicità, ma anche una consapevolezza più complessa. È stato un successo, certo, ma anche l’inizio di una responsabilità. La vera soddisfazione oggi è vedere altri ragazzi che hanno intrapreso questo percorso: alcuni hanno conseguito il brevetto di pilota privato, altri solo l’abilitazione acrobatica. Qualche mese fa, ad esempio, mi ha contattato un ragazzo con una disabilità a una mano e stiamo lavorando per permettergli di ottenere il certificato medico e iniziare il suo percorso. Il volo è la mia passione, ma è anche il mio lavoro, come qualunque altro».
– Che aerei utilizzate per la formazione e che rilevanza ha il CAP-10?
«Gli aerei che utilizziamo per la formazione sono quelli dell’Aero Club di Verona, opportunamente adattati. Il CAP-10, invece, ha un ruolo diverso: è un vero e proprio strumento di comunicazione. Viene utilizzato per l’acrobazia professionale e serve a parlare ai più giovani e alla società attraverso la spettacolarizzazione del volo. Il mio pubblico ideale sono i ragazzi che vivono situazioni di disabilità: vedono uno spettacolo entusiasmante e poi scoprono che, una volta atterrato, il pilota scende in carrozzina. È un messaggio potentissimo».
– Come funziona una sessione di volo?
«Prevede sempre una parte teorica e una pratica. Si inizia con il briefing e poi si va in volo. I miei allievi sono in gran parte normodotati: la differenza, semmai, è che gli viene richiesto di riportare la mia carrozzina in hangar perché a volte non si può caricare sul velivolo. Per il resto, il metodo e gli standard sono gli stessi per tutti».
– Cosa significa essere Chief instructor della Scuola di volo dell’Aero Club di Verona e che legame ha con la città?
«Significa essere responsabile dell’intera scuola di volo: devo assicurarmi che gli istruttori – siamo in sei – lavorino secondo gli standard normativi e quelli dell’Aero Club e che gli allievi ricevano un servizio adeguato e di qualità. Il legame con Verona è fortissimo. È la città che mi ha permesso di fare tutto questo. Si possono avere le migliori idee del mondo, ma se nessuno crede nel tuo progetto restano solo idee. Serve qualcuno che ti dia un aeroplano. L’Aero Club mi ha legato profondamente a Verona, una città che considero bellissima e che mi ha accolto con grande apertura».
– Ha ricevuto due riconoscimenti importanti, in Francia nel 2011 da Sarkozy e in Italia nel 2019 da Mattarella. Come li ha vissuti?
«Il primo l’ho vissuto con incredulità: essere premiato in Francia per un progetto legato all’aviazione mi sembrava quasi irreale. Il secondo con un orgoglio enorme, anche perché credo profondamente nelle istituzioni. Il ruolo del Presidente della Repubblica è fondamentale per il Paese e anche per i miei figli, come esempio di servizio. Andare al Quirinale è stato un momento di grande emozione e significato».