Cristiani uccisi assieme agli islamici. Cristiani che scelsero di rimanere tra le montagne dell’Algeria mentre imperversava la guerra civile che tra il 1994 e il 1996 causò migliaia di vittime, non tanto per eroismo ma per amore. Quella che sembra una contraddizione, decidere di restare al costo di rimetterci la stessa vita, è in realtà una testimonianza che continua a parlare a noi, come comunità, e alla Chiesa. È quella dei diciannove religiosi cattolici del monastero di Tibhirine, quei Martiri d’Algeria beatificati nel 2018 da papa Francesco che scelsero di rimanere al fianco dei loro fratelli musulmani. Come presenza umile e dialogante in terra islamica.
Su questa vicenda, il Film Festival della Lessinia ha dedicato lunedì 25 agosto l’incontro di Parole Alte “I Martiri d’Algeria, 30 anni dopo”, che ha visto dialogare il cardinale Jean-Paul Vesco, alla guida della comunità cattolica di Algeri, e il vescovo di Verona Domenico Pompili con la moderazione di Lorenzo Fazzini, responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana. Sul tema si sofferma la mostra ospitata dalla rassegna cinematografica internazionale in corso fino a domenica a Bosco Chiesanuova. E tornerà, il prossimo ottobre, un evento della rassegna “Poeti sociali”.
La scelta di restare. Tra i martiri, ha ricordato il card. Vesco, c’era un vescovo, Pierre-Lucien Claverie: domenicano, pied-noir, cioè un francese nato in Algeria, della diocesi di Orano, ucciso il 1° agosto 1996 con l’amico e autista musulmano Mohamed Bouchikhi. Poi c’erano i sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine, situato sui monti dell’Atlante, rapiti con il loro priore Christian de Chergé nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996 e dichiarati morti settimane dopo, il 21 maggio, quando nei pressi di Médéa ne furono rinvenute le teste tagliate. Una vicenda drammatica, ripresa dal film Des hommes et des dieux (in italiano Uomini di Dio) diretto da Xavier Beauvois, premiato al Festival di Cannes del 2010 e proiettato nei giorni scorsi anche alla rassegna di Bosco Chiesanuova.
«Parlare soltanto di cristiani uccisi da islamici fa suscitare rabbia; qui invece ci sono stati cristiani uccisi con gli islamici e parliamo di circa 200mila morti. Diciannove martiri hanno scelto di rimanere, perché non potevano lasciare i loro amici islamici. La scelta è stata quella di restare – ha spiegato Vesco – non tanto per eroismo, ma perché erano amati. E questa testimonianza d’amore è la cosa più importante che resta a noi, oggi».
Confronto e integrazione. Certe tensioni sono ancora attuali. Ed è nei confronti di questo che è necessario fare memoria degli eventi accaduti in Algeria. «Sono molto grato al card. Vesco perché con la sua presenza e con il suo stile franco e diretto trasmette proprio questa sensazione di una comunità, quella cattolica, che per quanto minoritaria, è riuscita in realtà a far superare quella “bolla” che poteva diventare una bomba e creare ulteriori scontri e che si è invece resa disponibile a un incontro», ha fatto notare mons. Pompili.
Davanti al rischio dello scontro di civiltà che divide il mondo a metà, ha fatto notare, «i monaci prima e la Chiesa attuale che vive in Algeria non hanno seguito la strada della rabbia e dell’orgoglio, ma quella del confronto alla pari e dell’integrazione reciproca. E credo che questa sia la risposta».
Disarmare, disarmarci. A riecheggiare nella Piazza del Festival gremita sono state le parole di papa Leone, con la sua esortazione a una pace “disarmata e disarmante”, umile e perseverante, pronunciata il giorno stesso della sua elezione, che ha delle radici proprio nella vicenda accaduta in terra algerina. “Signore, disarmali. E disarmaci” è la preghiera lasciata scritta dal priore Christian de Chergé, prima del tragico destino.
«A trent’anni di distanza la vera questione tra cristiani e musulmani non è soltanto “disarmami, disarmaci, disarmali”. Siamo davanti al rischio di una Guerra mondiale. Si parla soltanto di armi e di economia legata alla guerra», ha avvisato il cardinale che mai avrebbe pensato di vedere scenari attuali, con guerre anche in Europa che causano migliaia di morti e una corsa all’armamento. In questo scenario, «un solo uomo sta invitando a disarmarsi e a un’economia di pace ed è proprio papa Leone. Il problema è come fare, cosa dire, come operare perché si inneschi un processo di pace in un momento in cui tutti pensano alla guerra. Il punto fondamentale è arrivare a una pace disarmata e disarmante e non ha più a che fare con lo scontro di civiltà tra Islam e Cristianesimo».
Dentro il quotidiano. La strada giusta da percorrere la ricorda, ancora una volta, la vicenda di Tibhirine: una lezione per la società in generale e per la Chiesa, secondo il vescovo Pompili, che «ha lasciato dietro di sé una scia di pacificazione. Che ci dice che la tolleranza non è il punto più alto delle relazioni all’interno di una società. Tollerare è qualche cosa di molto riduttivo e suona come una concessone dall’alto in basso».
Non è dunque la tolleranza «la strada che deve guidarci in una società multiculturale, in questo meticciato con cui dobbiamo fare i conti. Bisogna stare dentro la quotidianità, la dimensione di ogni giorno, e provare in quel contesto a rapportarsi come persone che hanno gli stessi diritti e naturalmente gli stessi doveri. Per la Chiesa, la lezione è ancora più radicale e ritrova se stessa quando riesce a raccogliersi nel grumo di dolore che vive una determinata comunità». Così è possibile rendere concreto quello «stare accanto», veramente, che genera dialogo e veicola la pace.
La mostra. Fino al 30 agosto (tutti i giorni in orario 10.30-12.30 e 15.30-19 con ingresso libero), il centro socio-culturale in piazzetta Suor Maria Giuseppa Scandola 4, ospita la mostra “Chiamati due volte. I martiri d’Algeria”. Attraverso immagini, video e testimonianze dirette di missionari e familiari, l’esposizione offre un percorso ideale descritto da papa Leone XIV come la capacità di “abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza”.
Curata da Alessandro Banfi, Michele Brignone, Martino Diez, Lorenzo Fazzini, Claudio Fontana e Chiara Pellegrino, l’esposizione all’interno del Film Festival della Lessinia è promossa dal Meeting per l’amicizia tra i popoli, dalla Libreria Editrice Vaticana e dalla Fondazione Oasis con il sostegno della Diocesi di Verona e la collaborazione dell’Associazione Rivela e della parrocchia di Bosco Chiesanuova.