Seminatrici di speranza. La vicenda delle otto coraggiose ragazze che, sfidando i divieti del fascismo, fondarono il primo nucleo femminile dello scautismo italiano. Il 28 dicembre 1943, Giuliana, Josette, Lella, Mita, Prisca, Beatrice, Monique e Maria Pia si diedero appuntamento alle otto del mattino al convento delle suore benedettine a Roma. In quel martedì il calendario ricordava i Santi Innocenti. Le religiose erano le custodi delle catacombe di Priscilla, situate lungo la via Salaria, dove le giovani sarebbero scese per fare una solenne promessa. “Uno di quei momenti che, nell’attimo esatto in cui lo si attraversa, fa intendere che niente più sarà come prima e non si potrà tornare indietro”. Così Laura Cappellazzo, scrittrice trevigiana impegnata nella tutela delle vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo, descrive nel romanzo Come braci sotto la cenere (Paoline Editoriale Libri) gli attimi che precedettero un fatto apparentemente piccolo e circoscritto a un gruppo di amiche, ma epocale per il movimento scout italiano. In una capitale sotto occupazione nazista, le otto sognatrici, costrette alla clandestinità dalle leggi liberticide del regime fascista che aveva dichiarato illegali tutte le associazioni giovanili cattoliche, formano il primo nucleo di quella che diventerà l’Associazione Guide italiane, l’Agi, che in seguito si sarebbe fusa nell’Agesci: Associazione guide e scout cattolici italiani. In quegli anni, però, alle donne si chiede di essere remissive e obbedienti, dedite solo alla casa e alla famiglia. “Ma voi, una volta finita la guerra, non vorreste prendere in mano il vostro futuro, partecipare alla ricostruzione politica, morale e culturale di questo Paese?” si interrogano a vicenda. Domande che, scrive l’autrice immedesimandosi nello spirito pionieristico di quelle otto amiche, “si agitano nei loro cuori come brace sotto la cenere”.Il libro sarà presentato a Verona, sabato 28 febbraio alle 10, nell’Aula 2.1 del Polo didattico Zanotto. Insieme a Laura Cappellazzo, interverranno Paola Dal Toso, professoressa associata di Storia della Pedagogia all’Università di Verona, e il giornalista Enrico Giardini, del Centro studi sul metodo scout “Luigi Brentegani”.
Di nascosto da occhi indiscreti, tra quei muri di tufo testimoni della fede nella vita e nel futuro delle prime comunità cristiane, e più forte delle persecuzioni, nasceva, quindi, il germe di una “rivoluzione” che avrebbe infranto il muro dei pregiudizi e che avrebbe cambiato la vita a generazioni di ragazze fino ai nostri giorni. Nella Cappella Greca delle catacombe, con l’incoraggiamento e la benedizione del padre domenicano Agostino Ruggi d’Aragona, la loro guida spirituale, Giuliana, Josette, Lella, Mita, Prisca, Beatrice, Monique e Maria Pia, che nei mesi precedenti avevano dato vita alla squadriglia Scoiattoli, pronunciarono la loro promessa solenne come Guide. Una promessa per “servire meglio Dio, la patria e il prossimo”. L’accostamento “Dio e patria”, tanto caro alla retorica fascista, nei giorni precedenti, durante gli incontri di preparazione, aveva destato più di una perplessità. Ma “il Dio che stavano scoprendo grazie al percorso scout – sottolinea l’autrice – era un Dio gioioso, che non riempiva la vita di divieti, ma che addirittura aveva indicato la verità come via per diventare liberi. Era un Dio che non usava violenza, ma insegnava l’amore
Quanto alla patria, avevano capito che “non era più un’entità che annullava l’individualità, ma una comunità di persone che si sostenevano l’una con l’altra”. Nulla a che vedere con i tronfi proclami bellicisti della propaganda.
Questo spirito di solidarietà, tra l’altro, le ragazze l’avevano sperimentato nel supportare le pericolose attività di amici e conoscenti che avevano creato una rete per aiutare e nascondere ebrei, antifascisti e militari che, dopo l’8 settembre, non avevano aderito alla Repubblica sociale. Del resto, l’eco dell’audacia delle Aquile Randagie, gli scout clandestini che operavano al Nord collaborando soprattutto all’espatrio in Svizzera dei perseguitati dal regime, era arrivato fino a Roma. “Nemmeno i decreti che punivano con la morte i trasgressori fermarono quella corrente clandestina di solidarietà civile” aggiunge la scrittrice trevigiana. I loro incontri settimanali di studio e apprendimento del metodo scout erano un momento prezioso per ricaricarsi di speranza e buona volontà contro lo sconforto, la paura e la disperazione che le attanagliava di fronte agli orrori che la vita metteva davanti ai loro occhi. Come dimenticare il rastrellamento del 16 ottobre 1943, il sabato nero degli ebrei romani? Milleventitré tra bambini, donne e uomini deportati ad Auschwitz, dei quali solo in 16 sarebbero tornati a casa dopo la guerra...“Noi donne”, così l’autrice del romanzo racconta la determinazione con cui Giuliana propose alle amiche l’idea un po’ folle per quei tempi di dar vita a un gruppo scout femminile, il primo in Italia, “non possiamo permetterci di attendere il momento giusto per iniziare qualcosa di nuovo… Ce lo dobbiamo creare noi il momento. Così, quando gli uomini la smetteranno di fare la guerra, ci sarà un gruppo di giovani donne, pronte a prendere in mano le macerie per ricostruire tutto da capo, ma anche a modo nostro, questa volta”. L’ispirazione era arrivata dal racconto di un fatto risalente al 1909. Al Crystal Palace di Londra, sir Robert Baden-Powell aveva organizzato il primo Rally di scout. Tra gli 11mila presenti si erano intrufolate anche tre bambine. “Vogliamo essere le girl scouts” gridarono uscendo allo scoperto. Messo alle strette, il vecchio Baden-Powell fondò così il ramo femminile del movimento. Trentasei anni dopo, l’8 dicembre 1945 papa Pio XII avrebbe approvato gli Statuti della neonata Agi. A Roma, in quel momento, c’erano già 16 gruppi e 350 Guide, tutte attive nell’assistenza ai bambini sfollati o abbandonati e nella distribuzione di alimenti a chi aveva perso tutto. Sei mesi dopo, nel parco di villa Doria Pamphilj, a Roma, sarà la stessa Olave, che dopo la morte del marito Robert Baden-Powell si era dedicata con tutta se stessa alla causa scout, a ringraziare “quelle otto giovani che nel mezzo della guerra non si sono fatte trascinare dalla follia di quanto stava succedendo, ma hanno scelto di contrastarla guardando al futuro”. Quelle otto Guide, aggiunse, “hanno piantato coraggiosamente le sementi per una fioritura che già oggi, qui, possiamo iniziare a vedere”.