Sguardi attenti, curiosità palpabile e orecchie pronte a captare ogni dettaglio non solo sulla vita nello spazio, ma soprattutto sulle rotte per costruire il proprio domani: in questa particolare atmosfera, è stata accolta lo scorso venerdì 20 marzo Samantha Cristoforetti da una platea di studentesse e studenti di una decina di scuole superiori veronesi. In occasione della Giornata nazionale dell’università e del progetto “Università svelate”, infatti, il Polo Zanotto dell’ateneo scaligero ha ospitato la diciottesima edizione dell’iniziativa “Unistem day”, volta alla scoperta e al confronto di tematiche in materia di divulgazione scientifica.
Tra l’entusiasmo percepibile nell’aula magna, l’astronauta è intervenuta portando ai tanti ragazzi presenti la sua esperienza vissuta come prima donna italiana nell’equipaggio dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, e prima donna europea a comando della Stazione spaziale internazionale (Iss). «Nel giro di otto minuti il lancio è già finito e si è in orbita attorno alla Terra, con un cambiamento di percezione della gravità»: così AstroSamantha ha descritto il decollo delle missioni spaziali (di circa sei mesi ciascuna) di cui ha fatto parte, che non deve essere immaginato come una partenza violenta, ma una progressiva accelerazione man mano che il razzo brucia carburante e si alleggerisce.
«Il 23 novembre 2014 è nata a Bajkonur (in Kazakistan) l’opportunità per me di diventare per un po’ di tempo una creatura extraterrestre»: proprio a quel giorno risale il lancio della sua prima missione, Futura, a bordo della capsula russa Sojuz – assieme al russo Anton Škaplerov e all’americano Terry Virts – descritta come «un veicolo abbastanza angusto, della lunghezza totale di sette metri». Diversa, invece, la situazione della seconda missione, Minerva, decollata da Cape Canaveral (in Florida) nell’aprile 2022 con la Crew Dragon di SpaceX molto più automatizzata: «Questa volta ho volato in prima classe, ho avuto l’upgrade in un veicolo più moderno con interfacce touchscreen e una distribuzione diversa dei volumi che permette di avere più spazio all’interno».
Nonostante i veicoli e il contesto fossero diversi, la destinazione delle due missioni è stata comune, ovvero la Stazione spaziale internazionale in cui dal 2000 è continua la presenza di esseri umani a bordo. Questa piattaforma è formata da una sequenza di cilindri pieni di aria a pressione atmosferica, divenendo una sorta di “casa degli umani nello spazio”. «Proprio i moduli pressurizzati – ha spiegato Cristoforetti – ci permettono di vivere, fluttuare e lavorare serenamente all’interno e sono realizzati con tecniche di lavorazione delle leghe di alluminio, su cui peraltro l’industria italiana è molto specializzata». Al contrario delle navicelle utilizzate nei lanci, la Stazione «è una struttura tanto grande e se voi la metteste a terra sarebbe circa come un campo da calcio. Ogni tanto mi dicono “Come hai fatto a stare in un posto così angusto per sei mesi?”, ma in realtà non è così piccolo».
Gli 80-100 metri della Stazione spaziale diventano il luogo ideale per fare ricerca scientifica e si fa in modo «di sfruttare questa condizione molto particolare di assenza di peso, chiamata con un termine tecnico microgravità, che fa accadere sugli oggetti fenomeni strani». Con questa situazione particolare, in effetti, non è semplice averci a che fare e lo stile di vita di chi abita a bordo della piattaforma deve adeguarsi: ci si immerge in un ambiente con una vera e propria economia circolare. La capacità di riciclo dell’acqua, addirittura, sfiora il 100% includendo l’umidità dell’aria e persino l’urina degli astronauti. Sono necessarie, tuttavia, alcune accortezze in quanto i liquidi in assenza di peso non restano sul fondo, ma fluttuano e quindi anche farsi una doccia diventa impossibile. Spugne, salviette e asciugamani arrivano in soccorso per una corretta igiene, mentre per le bevande o altri fluidi esistono delle buste apposite con una cannuccia che impediscono al liquido di fuoriuscire. «La stessa cosa vale per il caffè perciò non potrete godervi un buon caffè con il suo profumo, il suo aroma, a meno che non capiti una situazione molto particolare come nella mia prima missione dove era arrivata sulla Stazione spaziale una macchina per l’espresso». Il problema però non è del tutto risolto: per riuscire a berlo, sono indispensabili delle tazzine particolari che, attraverso un angolo sul bordo, per capillarità permettono alla bevanda di andare nella giusta direzione appena si appoggiano le labbra.
La scansione temporanea delle giornate per i sei-sette astronauti a bordo della Iss è molto densa e ci sono delle persone che a terra si occupano di pianificare ogni blocco da cinque minuti «perché il tempo è una delle risorse più preziose a bordo per fare cose di valore da un punto di vista scientifico», che includono anche esperimenti sul metabolismo umano. Lo spazio in cui si lavora è molto rumoroso, visto che è indispensabile la presenza di sistemi di ventilazione a bordo, per evitare che attorno alla bocca di un astronauta si formi una bolla di CO² che porta al soffocamento.
La microgravità, dunque, offre un’opportunità laboratoriale unica, ma il costo fisico non è da poco: il corpo “disimpara” velocemente la condizione terrestre e, senza il suo stesso peso, le ossa subiscono una sorta di osteoporosi accelerata e i muscoli posturali vanno verso un indebolimento. «Per questo motivo – ha puntualizzato Cristoforetti – è importante allenarsi ogni giorno e abbiamo una macchina che permette di fare gli esercizi tipici della palestra, generando la resistenza di cui hai bisogno». Una volta rientrati dalla missione, insomma, il cuore, le vene, le ossa e il corpo in generale devono riadattarsi, con non poche difficoltà.
A bordo della Iss le dinamiche risultano imprevedibili se viste dal punto di vista terrestre e bisogna imparare nuove tecniche di gestione, come ad esempio attaccare un pezzettino di velcro sul fondo di una bottiglia per evitare di perderla in un attimo. Allo stesso modo, metaforicamente parlando, Cristoforetti ha suggerito ai giovani studenti in ascolto «di vedere i sogni come una stella polare che motiva nelle difficoltà quotidiane», ma senza rimanerne in ostaggio perché bisogna essere capaci di spaziare e cogliere l’occasione al momento giusto aggirando il problema. «Comunque vada, sarà un successo perché avrete avuto un sogno, una motivazione che vi avrà aiutato nella quotidianità a fare le cose bene, a contribuire in maniera positiva alla vostra comunità e magari anche a fare cose grandi che avranno un’influenza positiva».