Si sono tenute martedì 21 luglio le esequie di Osvaldo Bagnoli, storico allenatore dello scudetto Hellas Verona 1984-85. Migliaia le persone dentro e fuori la basilica di San Zeno maggiore; molti altri collegati per la diretta davanti alla televisione o al computer. Ad accogliere la bara al magnifico portone della basilica, l’abate Gianni Ballarini che ha impartito la prima benedizione. A presiedere il vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili, insieme a una decina di concelebranti. Commentando le letture della liturgia del giorno, il Vescovo ha detto: «Non è l’automatismo del Dna che crea relazioni profonde e durature e tutti sappiamo che un conto è essere genitori e un conto è diventare padre o madre. Genitori si diventa anche per caso; padre e madre invece nasce da una scelta e da un impegno duraturi. Non è forse quello che è accaduto tra Osvaldo Bagnoli e Verona? Senza accorgersene, senza dirlo neppure a sé stesso, Osvaldo è diventato non solo il “padre” dei suoi “ragazzi”, ma anche quello di un’intera Città». Dopo averlo definito «concreto, realista, sobrio» ha evidenziato che «la mitica vittoria dello scudetto, da parte di una squadra e di una Città ritenute lontanissime da tale possibilità, dice una cosa urgente da riscoprire»; specificando: «È accaduto che una comunità fatta di persone diverse per ascendenza sociale e culturale, oltre che per sensibilità politica e possibilità economica, si è ritrovata “una”, grazie al gioco del calcio. Non per via di una convergenza di interessi, ma per la gioia di esultare e di festeggiare. Osvaldo e i suoi ragazzi hanno così dimostrato che le gioie vere nascono sempre dalla qualità delle relazioni».
All’insegna dell’ironia il passaggio finale dell’omelia, partendo da una frase iconica di Osvaldo al termine di una storica partita “Se cercate i ladri, sono di là!”: «Così dicendo, Bagnoli, indicava ironicamente lo spogliatoio della squadra avversaria, alla polizia venuta per indagare su un vetro rotto. La sua ironia asciutta si accendeva per il calcio, sempre nel nome di quel senso di giustizia che aveva dentro. Vogliamo sperare che possa ripeterle in quel segreto spogliatoio che è la vita che ci attende tutti, dove come scriveva il patrono san Zeno che qui veneriamo: “nessuno ruba, nessuno rapina, nessuno è bisognoso, nessuno muore”».
Al termine della celebrazione, i profondi ricordi dei nipoti di Bagnoli e del capitano della sua squadra campione d’Italia, Roberto Tricella. Proprio i suoi giocatori lo hanno riaccompagnato in piazza, per l’ultimo – composto e allo stesso tempo caloroso – saluto dei suoi tifosi, di ogni età.